Da «francamente me ne infischio» a «fottuto bastardo»: le parolacce nell’italiano doppiato al cinema

Questo articolo è uscito sulla versione online della Treccani

È ben noto che cinema e televisione hanno dato un contributo fondamentale all’italianizzazione della Penisola, anche se gli studi sull’italiano doppiato sono meno frequenti di quelli che riguardano altri aspetti dell’italiano cinematografico, come il rapporto tra lingua e dialetti. Eppure i film doppiati, soprattutto dall’inglese, hanno sempre potuto contare su una maggiore diffusione tra il pubblico, almeno stando ai dati del botteghino. Data la probabile influenza del doppiaggio sui comportamenti linguistici della popolazione, soprattutto tra le fasce più giovani, vale probabilmente la pena soffermarsi sull’assetto linguistico dell’italiano del doppiaggio. Nei paragrafi che seguono, mi concentrerò su un aspetto in particolare, il turpiloquio, perché esemplificativo della spontaneità espressiva di una comunità linguistica e culturale.

I materiali: 17 film italiani, 14 doppiati dall’inglese

L’analisi è stata condotta su due corpora di circa 135.000 parole ciascuno: il primo comprendente 17 film italiani, il secondo 14 film doppiati dall’inglese britannico o americano. I film selezionati sono rappresentativi di diversi generi e registi, sono stati distribuiti tra il 2000 e il 2015, hanno avuto un discreto successo al botteghino e quindi una maggiore probabilità di influenza sul pubblico italiano. Nel caso del corpus italiano, ho evitato film che fossero eccessivamente caratterizzati dalle varietà regionali.

I software

I due corpora sono stati analizzati con l’aiuto dei software TalTac2 e Treetagger alla ricerca di: lemmi che nel Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro sono classificati come volgari (vaffanculo, merda); insulti, anche non catalogati come volgari, ma comunque volti a offendere qualcuno (deficiente, negro); riferimenti alla sfera del sacro (Madonna, Cristo).

L’analisi: il doppiaggese nella sfera del sacro

Dal punto di vista meramente quantitativo, come risulta chiaro dalla composizione del corpus, i film doppiati contengono mediamente più dialoghi rispetto a quelli italiani. Inoltre, contengono molte più parolacce: nell’originale ho registrato 1.262 ripetizioni di 74 lemmi, mentre nel doppiato 1.929 per 103 lemmi. Le forme più frequenti sono cazzo, Dio/oddio, merda, stronzo, vaffanculo, culo e puttana e presentano tutte circa un rapporto di 2:1 a favore del doppiato. Fottuto compare solo nel doppiaggese, come già abbondantemente rilevato da altri studiosi. Le uniche parolacce più frequenti nei film italiani sono casino (44 occorrenze contro 23, a cui è difficile trovare una spiegazione) e minchia (19 contro 0, ovviamente perché è un sinonimo regionale). Inoltre, i dialoghi non doppiati si distinguono per l’uso di cazzo nelle interrogative sia come rafforzativo (che cazzo è successo?) che da solo (cazzo aspetti?), per l’impiego esclusivo come forma negativa (buongiorno un cazzo!, vediamo… vediamo un cazzo!) e come genericismo (Vuoi diventare ricco, ma poi ti chiedono due centesimi di tassa per qualsiasi altro cazzo).

Passando a una classificazione più fine, si nota che il doppiaggese predilige le esclamazioni legate alla sfera del sacro: Dio/oddio compaiono con una frequenza circa doppia rispetto ai copioni italiani, mentre per Cristo il rapporto è di 4:1 e per diavolo addirittura di 7:1. Una probabile spiegazione va ricercata nel tabù che ancora colpisce la sfera religiosa in italiano (per esempio, non ci sorprendiamo di non trovare mai bestemmie al cinema, mentre in inglese sembrerebbe più accettabile nominare Dio invano).

Il doppiato è inoltre caratterizzato dalla presenza di espressioni che comprendono parolacce e che non trovano riscontro nella produzione dei dialoghisti italiani, come tirare via il culo, andare fuori dalle palle, pezzo di stronzo/idiota/imbecille, fottersi il cervello ecc. Si tratta di espressioni trasparenti per lo spettatore italiano, ma che probabilmente non appartengono al repertorio nazionale e potrebbero trovare un equivalente di uso più comune (spaccare il culo vs. fare il culo a qualcuno): è possibile che in molti casi queste scelte siano dettate da esigenze di tipo tecnico legate alla sincronizzazione e al movimento delle labbra degli attori.

Al contrario, solo nei film italiani ritroviamo esempi di turpiloquio di uso locale o regionale: oltre alla tradizionale predominanza della varietà romana (ammazza!, mortacci!), troviamo anche voci meridionali (minchia!, ma ormai molto comune anche a Milano e Torino) e settentrionali (figa invece di fica).

Conclusioni: uno strano turpiloquio avanza

L’analisi del turpiloquio evidenzia un maggior numero di fenomeni esclusivi dei film americani e britannici; in altre parole, l’italiano del doppiaggio presenta una serie di soluzioni che non sembrano essere quelle più comunemente usate dalla popolazione della Penisola, ma che probabilmente nel tempo potrebbero influenzarne il comportamento linguistico. A tutti sarà capitato di sentire, soprattutto in bocca ai parlanti più giovani, scelte tipiche del doppiaggese come Cristo!, bastardo, fottuto ecc. Anche nel mio corpus sono occasionalmente rinvenibili nei film non doppiati alcune soluzioni frequenti nei film doppiati, ma poco naturali in italiano, come rompere il culo.

Resta il problema della mera quantità: perché nei film doppiati dall’inglese c’è una maggiore frequenza di parolacce? Significa forse che gli americani e gli inglesi dicono più parolacce degli italiani? Anche se a mia conoscenza non esistono studi specifici a riguardo, mi pare poco probabile. Una spiegazione possibile è che i dialoghisti inglesi possono attingere a un repertorio comune anche per i registri più bassi, mentre quelli italiani non possono fare altrettanto, perché quando si tratta di turpiloquio gli italiani ricorrono frequentemente alle risorse delle parlate locali. Naturalmente queste risorse non sono utilizzabili quando ci si rivolge a una platea nazionale e occorre utilizzare una lingua condivisa, che di conseguenza risulterà più povera di insulti e parolacce. A questo occorre poi aggiungere il divieto assoluto di ricorrere alle bestemmie, anche se in molte regioni d’Italia queste rappresentano un intercalare diffuso quando si tratta di esprimere sorpresa, ira o anche felicità.

Con riferimento alla maggiore quantità di dialoghi nei film americani, una spiegazione più generale potrebbe riguardare un diverso modo di intendere il cinema. Forse, mentre i film americani ricercano un maggiore realismo anche tramite la riproduzione mimetica del parlato, nei film italiani le immagini, i suoni e i dialoghi rappresentano il prodotto di un processo di astrazione artistica non necessariamente votata all’imitazione del reale, da cui di conseguenza le parolacce vengono espulse.