Un buon posto dove stare, quello di Francesca Manfredi

Quando escono di lì è salita la nebbia ed è densa come latte, la casa ne è avvolta. Sembra di stare dentro una palla di vetro, una palla in cui qualcuno abbia soffiato del fumo. Ad Anna pare di sentirla nel naso, sul palato; un sapore di polvere, come quello che hanno le soffitte. Si era dimenticata di quanto freddo facesse fuori.

È esattamente questa la sensazione che ho avuto mentre divoravo gli undici racconti di Un buon posto dove stare di Francesca Manfredi (La nave di Teseo, 2017), classe 1988, vincitrice del Campiello Opera Prima 2017. Racconti avvolti dalla nebbia in cui il fuori è un luogo inospitale, un paesaggio lunare dove i personaggi «si muovono veloci nel freddo», cercando tepore, quattro mura in cui rifugiarsi, «un buon posto dove stare», appunto.

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Tutti e undici i racconti sembrano tendere verso un fattore comune, un filo conduttore, che è la casa. «“Eppure siamo qua, no?” disse lei, e poggiò la testa sul suo petto. “E fuori il mondo è finito. Ce ne renderemo conto, prima o poi, ma non adesso. Adesso siamo qua, al caldo, e non c’è niente che ci manchi davvero”.»

Sia che siano dei bambini alle prese con il passaggio verso la consapevolezza, che può avvenire con la scoperta della sessualità, o la scomparsa di un padre, sia che siano adulti che si ritrovano a sostenere una conversazione con uno sconosciuto che ha perduto completamente la memoria, o a rifugiarsi in uno scantinato umido e buio in cui si celano rumori fastidiosi, entriamo subito in empatia con loro, si ha la sensazione di palpare l’atmosfera che li circonda, di viverla, di farne parte, ma fino a un certo punto, in cui l’autrice decide di tagliarci fuori per lasciare ai protagonisti lo spazio e l’intimità che gli spetta.

Una raccolta che parla di vite e situazioni ordinarie che celano un’inquietudine di fondo, sono intrise di significati nascosti, ma intuibili, come quello strato di polvere sottile che percepiamo nel naso, sul palato, ma che non vediamo… sono istantanee di vite comuni, rischiarate da piccoli attimi di grazia in cui i personaggi hanno intuizioni improvvise, rivelatrici di qualcosa che li segnerà profondamente e per sempre. L’autrice, forse più attenta alla ricerca di suggestioni precise, che alla trama in sé, preferisce nascondere, piuttosto che rivelare, anche se probabilmente in qualche racconto ne abusa un poco. Il primo, Cloro, non convince pienamente. Ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa di fondamentale, e qui mi ricollego a Undici solitudini di Richard Yates, il mio autore preferito e, da quello che emerge dalle interviste, anche quello di Francesca.

Yates, nel racconto Costruttori scrive: «E dove sono le finestre? Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia le finestre. Forse la luce deve cercare di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo ad esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi».

Sta in questo passaggio, secondo me, il tassello mancante del racconto, non filtra la luce necessaria. I racconti non hanno bisogno della costruzione e dell’architettura di un romanzo, rappresentano degli spaccati, sono come fotografie, o piccoli cortometraggi che ci introducono, per breve tempo e furtivamente, nel preciso momento della vita di un personaggio, non dev’esserci quindi una vera e propria conclusione, il racconto può terminare lasciando il lettore a sbrigarsi il lavoro sporco del porsi domande, rimanendo intrappolato in una ragnatela di dubbi, sospetti, sensazioni. In ogni caso, un racconto deve condurci da qualche parte, e fornire al lettore gli elementi e la luce necessari alla formulazione di quelle domande e quei dubbi. Forse, però, la scelta di aprire la raccolta con Cloro è intenzionale, perché il racconto ha il pregio di introdurci perfettamente nel mood del libro, di prepararci alle tonalità di colore che ci aspettano, toni freddi, ma pastello, gli stessi che potremmo osservare dentro una boule de neige di natale.

Come in Undici solitudini, anche i personaggi di Un buon posto dove stare sono essenzialmente soli, Francesca Manfredi ce li mostra immersi nelle proprie stanze, avvolti nella nebbia mentre osservano un macabro incidente stradale, nudi davanti a uno specchio o dietro una finestra gelida, sono questi momenti che ci svelano i tratti interiori di ognuno di loro, la delicatezza e la fragilità di ogni singola vita narrata. Soli, sì, ma se per i personaggi di Yates non esiste forma di salvezza, la Manfredi lascia viva, per ognuno dei propri, la speranza.

La raccolta si chiude con il racconto Quel che rimane – senza dubbio il mio preferito assieme a Da qualche parte, al sicuro e Cavalli – che narra di un uomo solo, la vigilia di natale. In casa c’è un albero acceso, decorato da sua madre poco prima di morire. L’uomo, dopo aver consumato la cena in solitudine, decide di ascoltare qualcuno dei dischi che sua madre amava tanto, quando inaspettatamente suonano al campanello. È una donna, Miriam, un amore passato di cui l’uomo non riesce a ricordare i motivi della fine: «Gli piaceva il suo modo di parlare. Però ricordava un momento, vago e offuscato, come se fosse finito anche quello sotto la nebbia, in cui aveva cominciato a dargli noia. Le sue espressioni, la voce, perfino la risata. Si chiese se fosse quello il motivo per cui si erano lasciati. Non riusciva davvero a ricordarlo. Non riusciva a ricordare nemmeno, in effetti, perché fossero stati insieme».

I due trascorrono la notte immaginando come sarebbe se fuori il mondo fosse finito, «“Pensa se tutto fosse morto, e questo fosse l’unico posto che rimane. Quando ce ne renderemmo conto, secondo te? Quanto ci metteremmo a scoprirlo?” “Non lo so,” disse lui. “Ma so che saremmo molto fortunati, non ti pare?”.» Ho molto apprezzato il finale di questo racconto, ambientato nei vapori di una stanza da bagno… ne ho sentito il profumo e percepito la grazia, si potrebbe dire che questo rito purificatore, questo modo per «togliersi di dosso ogni residuo del mondo esterno, ogni colpa, ogni errore» non sia conclusivo soltanto di questa storia, ma vada a chiudere l’intera raccolta, sollevandoci dal peso dell’inquietudine dei dieci racconti precedenti e lasciandoci con una sensazione di serenità e sollievo, e sì, a me anche un po’ la voglia di mettermi a scrivere.

Una scrittura limpida e lineare dagli echi carveriani, quella di Francesca Manfredi, che mi sento, da autrice e amante di racconti, di consigliare caldamente.