Su «Sotto il suo occhio» di Giulia Seri

Monica Pezzella

«Questo secondo titolo della serie si ispira a quanto successo a molte vittime del revenge porn – la condivisione di immagini intime rubate – ma con un io narrante che si dichiara estraneo ai fatti.»

Così si legge in quarta al romanzo di Giulia Seri, Sotto il suo occhio. La serie in questione è la collana Wildworld delle edizioni Transeuropa, ideata da Giulio Milani, che con il suo camper setaccia tutta l’Italia alla ricerca di autori la cui forza inventiva, innalzando sovrastrutture fantastiche su un fondo di realtà, sia in grado di turbare il lettore più della realtà stessa.

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Qui si sfidano realtà e fantasia, paradossalmente a colpi di realismo e verosimiglianza: perché laddove la realtà supera l’immaginazione, la fantasia deve lavorare duro per produrre qualcosa che sia ancora in grado di perturbare. Qualche tentennamento, un attimo di perplessità davanti a quella che potrebbe facilmente apparire come presunzione, ma poi bisogna riconoscere che sì, è addirittura scontato, è proprio questo – da sempre – il senso della letteratura, al di là dei generi: aumentare la realtà, portarsi e portare l’altro oltre il limite del già concepibile; se così non fosse, della letteratura non ci sarebbe alcun bisogno e lo scrittore non sarebbe che un passivo, per quanto attento, osservatore. Arrivati a questo punto, ci si potrebbe domandare: e quindi, se lo scopo e le potenzialità della letteratura sono questi da sempre, dov’è la novità? Per darsi una risposta, non resta che leggere.

E infatti… E infatti ciò che risulta davvero interessante non è il revenge porn cui si accenna nel sunto del romanzo e che sembrerebbe esserne il tema, il fulcro cronachistico intorno a cui ruota la trama. Ciò che risulta davvero interessante è fin da subito quell’«io che si dichiara estraneo ai fatti». Ma basterebbe dire «quell’io».

Quell’io, voce che narra non in prima ma in primissima inattendibile persona, è una donna che si perde nel labirinto della persecuzione mediatica quando un video intimo di cui è dissoluta protagonista finisce in rete a sua insaputa. Si perde, letteralmente. Perché non solo si dichiara estranea ai fatti ma diventa estranea a se stessa, riplasmata dagli occhi degli altri in una sagoma che si impone all’autopercezione e si sovrappone all’essere. Ma il revenge porn sembra essere solo la miccia che fa esplodere un meccanismo inconscio già assemblato e operativo da tempo, subdolo e silente come un male autoimmune. Fin dalle prime pagine questa voce di donna racconta una relazione sentimentale in cui si ha l’immediata percezione che qualcosa – ben più di qualcosa – non vada. Solo che lei non sembra accorgersene. Diego, l’uomo di cui si dice innamorata, un operaio che si barcamena tra lavoretti saltuari collezionando un licenziamento dopo l’altro e che vanta velleità artistiche, è un concentrato di egocentrismo: distaccato, scostante, scostumato, inopportuno, presuntuoso, egoista, poco empatico, dissociato, paranoide, psicotico. Un tipo che viaggia con un piede nella sincerità estrema e l’altro nella pura meschinità; e il cavallo dei pantaloni allineato con la striscia di margine tra malattia e cattiveria. Una personalità che «sovrasta l’ambiente e consuma l’ossigeno», come lei stessa afferma, senza accorgersi – almeno in apparenza – che questa personalità infestante l’ossigeno lo sta togliendo a lei.

È il leitmotiv degli amori criminali della cronaca contemporanea: la voce narrante compensa la mancanza di uno spazio suo, all’interno di una relazione unilaterale, ricavandosi un posticino nell’idea che l’irrispettosa scontrosità di Diego sia in fondo una richiesta di aiuto, un disagio che lei ha l’opportunità di lenire. Attraverso i festini privati, prima improvvisati e poi ritualizzati da Diego e da un suo amico onnipresente, festini a base di foto e video in cui la donna si fa maneggiare come un manichino snodabile per dare piacere ai due uomini, assistiamo all’assegnazione di un nome squallido all’amore e alla replica di un topos della cronaca nera.

Più che una replica però – ed è qui che interviene, per fortuna, la letteratura – è una rielaborazione. Perché Giulia Seri scrive con uno stile ossuto e concreto e una consistenza che ci risparmiano i sentimentalismi e le inutili astrazioni disseminati come bunker nel campo della narrativa italiana. E se davvero fare letteratura implica il superamento di un limite, quel limite è la parola oltre la quale lo scrittore ha il terrore di andare; le parole che tremerà nel rileggere perché per scriverle, e per perturbare degli estranei, si è costretto a diventare un estraneo. Non c’è altro modo per fare letteratura se non scandalizzare e patire la vergogna di quando, una volta messo l’ultimo punto e consegnato agli altri il tuo scandalo, agli altri dirai: non ve lo aspettavate, ma io sono questo; sono capace di farmi passare queste cose per la testa. Giulia Seri prova a spingersi oltre il varco che dà sulla realtà molesta e fino a un certo punto ci riesce benissimo, tanto da far riecheggiare la brutalità delle voci dei Dannati di Sarah Kane.

«“L’unica cosa che mi fa contento,” alzò lo sguardo, “è trattarti di merda.” Poi disse che gli sarebbe piaciuto pisciarmi addosso.»

Dai fatti ai quali assistiamo attraverso un filtro della cui efficienza ormai dubitiamo, percepiamo che la situazione è sull’orlo del tracollo: un video in cui la donna fa sesso con due uomini impazza sul web, un video in cui lei è riconoscibile e che nessuno avrebbe potuto mettere online a parte gli uomini che erano in quella stanza con lei. L’intuizione di una tragedia imminente e l’impossibilità di prevedere da che parte arriverà la bufera accrescono la tensione narrativa fino a una vetta che però, purtroppo, precipita nella seconda metà del romanzo.

Dal momento in cui la donna esce dalla calma piatta – efficacissima – della propria miseria quotidiana ed entra nel vortice della persecuzione mediatica, la concretezza si perde in una dimensione onirica inquadrata da grande distanza e l’occhio del ciclone risucchia anche noi, portandoci troppo lontano. Sappiamo, perché ce lo dice la cronaca appunto, che di questi tempi in cui a tutti è data la possibilità di esporsi agli occhi di migliaia di persone, si rischia di ridursi a essere – o peggio ancora credere di essere senza possibilità di redenzione – ciò che gli altri vedono; è la tragedia dell’annientamento del sé e del gesto estremo, che  però nel romanzo non viviamo e che si limita a scuoterci per sentito dire.

Ma resta pur sempre un merito il fatto che, proprio come succede nell’indecifrabile realtà, fino all’ultima pagina e oltre continuiamo a chiederci chi abbia davvero giocato il ruolo del burattinaio, in tutta questa sporca faccenda di manipolazioni in cui, leggendo, siamo finiti anche noi.