Un’intervista a James Purdy

Daniele Brolli

Chiamo da un telefono  nascosto in una rientranza del muro, camaleontico sullo sfondo di legno scuro che fodera il locale. La voce dall’altro capo è sottile, stridula, spaventata. «Un’intervista?…» risponde come se fosse il numero sbagliato. «No, non voglio essere intervistato. L’ultima volta che l’ho fatto, hanno scritto che sono ossessionato dal sesso, nient’altro». Fa una pausa, lo spazio sufficiente a capire che l’insistenza è gradita. Ha la disponibilità della vittima di un serial killer: è sedotto dal pericolo. Ci mette poco a fissare un appuntamento,  a casa sua a Brooklyn Heights.

«Dicono che sia un posto tranquillo, dove puoi passeggiare la sera e prendere il fresco d’estate» si interrompe con una risatina nervosa. Indica la porta di una casa dall’altra parte del vialetto alberato. Poi dice con la felicità di un bambino: «L’altra notte hanno strangolato una vecchia signora proprio mentre stava entrando, per rapinarla. Chissà che una di queste volte non capiti anche a me». Ride compiaciuto in balìa del senso di imminenza.

Nelle fotografie James Purdy appare come un signore di una certa età, calvo, con rughe profonde nella pelle di cuoio del volto che gli dànno un’espressione severa. Forse solo il suo sguardo acquoso lascia trapelare, nell’immobilità depurata del ritratto, l’amalgama di fragilità e passione di cui è vittima.

Abita al secondo piano, in una specie di monolocale molto luminoso, con le mutande esposte sul davanzale ad asciugare al caldo sole autunnale newyorkese. Le pareti sono letteralmente ricoperte di stampe d’epoca incorniciate. Un unico oggetto: vecchi pugili in posizione di guardia nell’iconografia di fine Ottocento. È riconoscibile soprattutto il leggendario James J. Corbett, campione del mondo dei pesi massimi dal 1892 al 1897, un guascone con la passione per Shakespeare che strappò il titolo a John Sullivan, tipico forzuto abituato ad allenarsi spaccando legna e che esibiva i muscoli alle fiere di paese. Corbett è l’esempio di un corpo che pare superiore a qualsiasi temperie e capace di esprimersi in un linguaggio forbito fino alla leziosità, come gli straniati protagonisti di Purdy. Lui, indicando un quadretto dopo l’altro, sottolinea con orgoglio le presenza delle vecchie glorie. A fianco campeggia anche una serie di foto di pugili di colore. Tra i soggetti si può individuare Jack Johnson, primo campione negro dei pesi massimi. «Ho tirato di boxe un po’ anch’io. Bisognerebbe che tutti gli scrittori si allenassero, per difendersi dai critici» commenta. La sua collezione di immagini di un’antichità a portata di memoria che ama definirsi noble art, è l’esaltazione di un corpo autodeterminato in cui il cervello recita la parte di una mente adottiva dura di comprendonio. Questa fisicità dotata di un intelletto autonomo ha l’espressione dell’assenza.

«Un caffè?» si sposta dietro una credenza che funge da parete divisoria tra il soggiorno-camera da letto e la cucina. Ne prepara un po’ mettendo il filtro nella macchinetta elettrica. «Ho un’audience sotterranea. Lettori molto giovani o molto vecchi… Non sono in molti a ricordarsi di me. A volte mi fa piacere.» Non si capisce cosa gli faccia piacere: che i lettori si siano dimenticati di lui o che qualcuno si interessi ancora al suo lavoro. Ha insegnato alla New York University e la maggior parte dei suoi nuovi romanzi sono stati pubblicati da una casa editrice di Londra, la Peter Owen, e da City Lights di San Francisco.

Ha scritto anche parecchi testi teatrali che vengono regolarmente messi in scena. «Ma in teatrini off off off Broadway» ci tiene a precisare ripetendo off come se si fosse incantato il disco. «Roba da cospiratori.»

Nato in Ohio nel 1923 [dal giorno della sua morte sappiamo che era nato invece nel 1914, ndr], James Purdy esordì nel 1956 pubblicando a proprie spese la sua prima raccolta di racconti Don’t Call Me By My Right Name (che confluì poi in Color of Darkness, in Italia 63: Palazzo del Sogno, Einaudi 1960) mentre ancora insegnava inglese e spagnolo in un college di Appleton.

In 63: Palazzo del Sogno, il racconto più complesso degli esordi, Parkhearst Cratty, uno scrittore fallito alla ricerca di intuizioni per racconti che rinuncia a scrivere perché sente che non arriverebbero alla forma di perfezione cui ambisce, e Grainger, detta la grandonna, si confrontano nel ricordo di Fenton Riddleway, un ragazzo di una bellezza perfetta e priva di connotazioni, incontrato da Parkhearst nel suo vagare alla caccia di materiale narrativo in un parco. Fenton era un corpo privo di sogni, bellissimo e senza connotazioni. Ha un passato ancora da scrivere, in lui non c’è memoria, è privo di legami se si eccettua un fratellino, Claire, che vive in casa con lui. Così la grandonna gli fa vestire gli abiti del marito morto, e questi gli calzano a pennello. Parkhearst ne indaga voyeuristicamente le movenze come se potesse scrivere su Fenton una storia perfetta. Un protagonista descritto come una cornice in attesa di un quadro. Parkhearst e Grainger sembrano contendersi Fenton con la segreta speranza di trovare un senso alle loro vite in sospeso attraverso di lui, ma il ragazzo compirà inaspettatamente un atto definitivo che lo sottrarrà a qualsiasi progetto dell’inconscio altrui.

«Se sono riuscito a pubblicare i miei libri lo devo a due inglesi: John Cowper Powys e Edith Sitwell.» Negli Stati Uniti i suoi racconti erano stati giudicati immorali e rifiutati con sdegno da editori e riviste. «Inviai l’antologia a Edith Sitwell che si dimostrò entusiasta del mio lavoro al punto di procurarmi un editore, Victor Gollancz, e persino un agente a Londra. Per qualche anno ci mantenemmo in contatto epistolare e lei ebbe per me sempre parole e gesti di incoraggiamento. Gollancz censurò per vigliaccheria parte del mio libro e Edith Sitwell si arrabbiò con lui perché così facendo l’aveva tradita. Lui disse che così com’era l’avrebbero sequestrato per oscenità e che mi avrebbero arrestato non appena avessi varcato i confini britannici.» Nel suo sospiro galleggiano tutte le difficoltà che ha dovuto patire per rimanere fedele a se stesso.

«All’uscita di Malcolm, nel 1959,  Edith Sitwell  si  preoccupò di scriverne sul New York Times, dove qualche anno dopo sarei stato messo definitivamente al rogo per Eustace Chisholm and the Works (del 1967, in Italia Rose e cenere, Einaudi 1970).» Fa una pausa per riflettere.

«Prendiamo un romanzo come Il giovane Holden, è ampiamente sopravvalutato. Tanto che molti ritengono di potersi fermare lì, senza leggere altro. I critici pensano che è un libro stupendo perché è talmente vuoto che ci trovano tutto quello che gli pare, per me è semplicemente uno dei romanzi più banali e insulsi che siano mai stati pubblicati. Molte delle mie cose sono state pubblicate dieci anni dopo che le ho scritte. Ma ci sono lettori coetanei all’autore che hanno la sua stessa sensibilità. Con loro condividi una visione del mondo; si occupano naturalmente di amplificare il senso di quanto uno scrive. Io, in virtù di questo vuoto, credo di aver perduto l’opportunità di entrare in contatto con loro. Quando sono usciti i miei libri era troppo tardi e un’intera generazione era già stata distratta da qualcosa che era sopraggiunto nel frattempo.»

Quello che dice sembra confluire nelle sue azioni, anche nel semplice gesto della mano con cui sorseggia il caffè, come se vi fosse una logica ineluttabile e del tutto naturale. James Purdy è coerente con ogni singola parola che ha scritto: leggermente fatuo, barocco e chirurgico, lamentoso, arrendevole, crudele e apparentemente digressivo… un irripetibile equilibrismo di contraddizioni insanabili. Come reagisce un condannato che dopo aver trascorso quarant’anni dentro per un errore giudiziario viene rilasciato con un tante scuse sulla soglia del carcere? Be’, Purdy sorride e affonda il coltello in una piaga più grande: la sua emarginazione dal mercato editoriale è un danno personale inferiore alla perdita subita dalla cultura nel suo complesso.

«Se gli argomenti sono scomodi e toccano l’identità di qualche categoria si perde il rispetto del mondo. L’industria culturale è filistea. I movimenti femministi hanno armato una truppa di scrittrici, lo stesso procedimento si è ripetuto con afroamericani e omosessuali. Categorie… Mi è capitato di incontrare delle donne con cui mi sarei visto bene insieme, pensavo che somigliavano così tanto a dei ragazzi – voglio dire: a dei bei ragazzi – da poter essere la soluzione giusta. Non riesco a credere che la letteratura debba seguire un programma e dimostrare una condizione. Non si può imporre a un romanzo una rispettabilità cosmetica o un falso idealismo. Possiede un inconscio anche chi si attiene a una visione delle cose politicamente corretta ed è difficile da credere che uno scrittore debba rinunciare ad attingere alla profondità delle sue fantasie.»

Tra la fine dei Sessanta e la prima metà dei Settanta Purdy riscosse in Italia più interesse di quanto ne avesse mai ottenuto in patria. «Einaudi è il miglior editore che io abbia mai avuto.»

«Davvero?»

«Sì. Ero in contatto con Italo Calvino, l’ho anche incontrato a New York due volte, ma la nostra corrispondenza da quando Einaudi ha smesso di pubblicarmi si è diradata. E da qualche anno non mi risponde più nessuno.»

«Calvino è morto.»

«Ah.»

A volte sembra che sui suoi occhi scenda un velo che è più protezione che cecità; in quel breve frattempo riprende il controllo della propria ingenuità.

«La gente compera libri non per il piacere connesso alla stimolazione dell’immaginario attraverso la lettura: si aspettano di trovarci emozioni forti e immediate. Non esiste alcuna differenza tra un romanzo e un film di Hollywood. Io credo di aver compiuto una discesa negli archetipi dell’inconscio tale da non poter più essere una lettura di consumo. Una volta John Cowper Powys lo definì come scrivere sotto la pelle… sì» si interrompe per riflettere,  «mi piace scendere in profondità. Tutto ciò che tocca gli esseri umani ci riguarda troppo da vicino per poter essere trascurato, in qualsiasi sua forma, anche quelle normalmente considerate atroci. Ma la classe degli scrittori americani è tutto il contrario: quello che è umano è considerato da loro alieno. I miei lettori sono pochi: molto giovani o molto vecchi…» Scoppia a ridere spesso, quando parla delle sue disgrazie di scrittore: la sua autoironia è in costante agguato ma torna così velocemente al suo tono vago e lamentoso che sembra un’illusione.

«Paura?»

«No. Io sono un reietto. Mi vergogno persino di avere il televisore e di accenderlo di tanto in tanto. È una specie di buco di culo sanguinante che sparge sudiciume avvelenandoci tutti, con dei cretini che parlano a voce alta un inglese da analfabeti.»

Il vero problema per Purdy è che i lettori credono che sia un dovere dello scrittore dichiarare da che parte sta. L’ambiguità dev’essere segnalata, perché l’incertezza potrebbe contaminarli. E fa paura. Nelle storie di Purdy il genere sessuale dei personaggi è incerto. In Malcolm il protagonista è un ragazzo di quindici anni dalla bellezza impenetrabile, che abbandonato, attende il ritorno del padre sulla panchina del giardino di un lussuoso albergo. Il famoso astrologo Mr Cox incontra Malcolm e cerca di farne un individuo sociale sottoponendolo a una serie di incontri e apprendistati che dovranno introdurlo in società: un impresario di pompe funebri, un pittore nano, un miliardario, un ex avanzo di galera che fa lo scrittore, un’appassionata di jazz… Ma più che dare, tutti vogliono qualcosa da Malcolm, e succhiando un po’ del suo candore lo consumano. Fino alla donna che sposerà, la cantante ninfomane Melba che lo ucciderà per consunzione sessuale. Il romanzo è esattamente speculare a Il giovane Holden, si occupa delle forme di iniziazione evitando qualsiasi illusione consolatoria: il corpo senza motivazioni di Malcolm viene contaminato fino alla morte dalle persone che incontra.

Nel successivo The Nephew del 1960 (Il nipote, Einaudi 1963) il protagonista è assente. Cliff, il nipote del titolo, è disperso nella guerra di Corea, e la vicenda vive attraverso gli zii Alma e Boyd Mason (sorella zitella e fratello vedovo) in una anonima cittadina di provincia. Con quella loro abitudine di stare al buio, solo i capelli bianchi che a volte sembravano fosforescenti rivelavano all’uno la presenza dell’altro. La progressiva solitudine dei due, accentuata da una sordità senile, è vinta dalla zia attraverso la ricostruzione della vita del ragazzo assente. Ma scendere in profondità nella personalità del nipote attraverso la testimonianza di quanti l’hanno conosciuto ucciderà in lei la possibilità di amarlo.

Con Cabot Wright Begins del 1964 (Un ignobile individuo, Einaudi 1968, riproposto come  Cabot Wright ci riprova) inizia la discesa di Purdy nei gironi infernali della definitiva esclusione dall’ambito letterario americano. Cabot Wright, un operatore finanziario di Wall Street, autore di circa trecento violenze carnali, viene rilasciato dal carcere. Bernie, uno scrittore mancato, viene convinto dalla moglie a tentare di scriverne la storia. Un editore vede in questo progetto la possibilità di produrre un bestseller ma Cabot Wright, una volta scovato da Bernie e dall’incaricata dell’editore Zoe Bickle, rivelerà di non ricordare più nulla.

In Rose e cenere, il genere sessuale dei protagonisti di Purdy diventa riconoscibile. Se le presenze androgine e perfette di Fenton e Malcolm avevano dato origine al desiderio altrui di riempire di senso, in Rose e cenere questo corpo archetipo si scinde in due protagonisti, Amos e Daniel, e dà origini a pulsioni dichiaratamente omosessuali. L’ambiente militare e la presenza del capitano Stadger saranno il terminale di una tragedia in cui le morti si consumano in maniera atroce.
«L’attacco più violento per Rose e cenere lo ebbi da Nelson Algren, che lo definì un romanzo pornografico. Mi dissero che Algren temeva due cose, che la gente sapesse che era ebreo, perché all’inizio della sua carriera lo avevano bollato, e che dicessero che era omosessuale, vero anche questo. La paura è il modo migliore per diventare dei collaborazionisti. Comunque non avrei potuto scrivere Rose e cenere se non avessi fatto il militare. Poco importa il mio stile e i miei temi, ma l’aver visto i miei commilitoni che si prostituivano o come veniva vissuta l’omosessualità in caserma è stato un’esperienza su cui ho elaborato liberamente il mio romanzo. Il realismo non c’entra nulla ma è evidente come alcune cose mi sono servite a capire i ruoli e la loro portata.»
Rose e cenere è il romanzo con cui Purdy si avvicina alla tradizione del sud degli Stati Uniti. La prossimità a Carson McCullers e al suo Riflessi in un occhio d’oro è evidente, ma con altrettanta forza trapelano in forma originale l’esuberanza narrativa, coloristica e linguistica di Sherwood Anderson (specie in Jeremy’s Version del 1970, La versione di Geremia, Einaudi 1973), Faulkner, Flannery O’Connor – Purdy è un Tennessee Williams  privo di ingenuità, un Truman Capote privo di autocompiacimento. La componente omosessuale diventa meno latente e si rivela nell’incontro tra reietti in romanzi come In a Shallow Grave del 1975 (Come in una tomba, SE 1990). Out With the Stars del 1993 è il punto di arrivo di questa definizione del corpo e delle relazioni omosessuali. In un ambiente artistico e intellettuale newyorkese, in cui seduzioni, amori, minacce di suicidio e suicidi veri si succedono vertiginosi, il giovane compositore Val Sturgis entra in possesso di un libretto che racconta le vicende del fotografo e scrittore Cyril Vane, che ha un’autentica mania per la gente di colore, e della moglie Olga Petrovna, ex attrice del muto. Vane è bisessuale e il suo studio diventa il centro di amori e tragedie che Sturgis decide di raccontare nella sua opera. Il risultato è fatuo perfino nel tentativo di Olga di impedirglielo, che alla prima spara così maldestramente da essere creduto un azzeccato effetto scenografico.

«Ho trattato molto spesso dei generi sessuali e della loro indecidibilità. Quello che mi spaventa è trovare scrittori gay che adesso si preoccupano di convincere i lettori che gli omosessuali sono gente carina. Fino ad arrivare a far credere che non facciano neppure sesso. Be’, credo che questo sia proprio il modo migliore per assecondare il fatto che il pregiudizio e la discriminazione abbiano una ragione d’essere. Io sono contro questa visione ipocrita delle cose.»

Uno potrebbe immaginare i recensori del New York Times come escursionisti impegnati in una gara di sopravvivenza. La loro meta è Strand, sulla Broadway, a pochi passi dall’East Village. È un’enorme libreria dell’usato che vanta chilometri di scaffali: lì i recensori si liberano di tutto il sovrappiù. Migrano sugli scaffali di Strand migliaia di libri ogni settimana, molti appena dopo essere usciti, altri prima ancora di essere esposti nelle vetrine di Barnes & Noble o di Dalton. E insieme ai volumi nuovi si sedimentano generazioni di libri di altre epoche. È un enorme orfanotrofio di testi abbandonati in cerca di adozione, a volte la tomba felice di volumi che nessuno cerca più. Ed è qui, per gentile concessione del destino, che appare, appena sporgente con il dorso telato impresso in oro: Edith Sitwell, Selected Letters. È passato solo un giorno dall’incontro con James Purdy, nella casa di mattoni rossi a Brooklyn Heights. Siccome accade davvero, non sembra una coincidenza.

Nel volume sono raccolte lettere della signora inglese (nota anche per i ritratti che Cecil Beaton scattò più al suo naso imponente) tra gli altri a personaggi come Virginia Woolf, T.S. Eliot, Dylan Thomas, Alec Guinness, Stephen Spender, John Gielgud e James Purdy…

Nella prima, spedita dal Castello di Montegufoni il 20 ottobre 1956, la Sitwell ha appena ricevuto la copia autoprodotta di Don’t Call Me By My Right Name ed è talmente entusiasta da aver già scritto a Victor Gollancz per proporre l’edizione inglese. In una lettera ad Alberto de Lacerda del mese seguente si esprime in questi termini: «Vi ho parlato di un tale James Purdy, uno scrittore americano completamente sconosciuto? È uno scrittore ancor più grande di Faulkner. Non riesco a pensare a nessun altro autore di racconti e romanzi brevi contemporaneo che possa avvicinarglisi. (…) Sa come descrivere un cuore dilaniato, e gira il coltello nella piaga con precisione chirurgica».

(Questo articolo contiene parti di un’intervista realizzata da Daniele Brolli nell’abitazione di Purdy il 25 ottobre 1991, a Brooklyn. Ringraziamo per la collaborazione Daniele Brolli e Giorgio Di Costanzo.)