A Buenos Aires Con Borges – Un estratto

Pubblichiamo oggi un estratto da A Buenos Aires con Borges. Le case, le strade, le cose di Stefano Gallerani, edito da Giulio Perrone Editore.
Ringraziamo autore ed editore. 

Se mi chiedessero di nominare l’avvenimento più importante della mia vita, io direi la biblioteca di mio padre. A volte penso di non essere mai uscito da quella biblioteca.

È uno dei più celebri passi borgesiani, e si trova in Abbozzo di autobiografia. Ma le biblioteche paterne sono almeno due: la prima, cui probabilmente si riferisce il passo appena citato, è quella bonaerense di Palermo Chico, tra calle Serrano e calle Guatemala, a due passi da avenida Santa Fé e dal giardino botanico Carlos Thais. Se però cercaste oggi sulla cartina calle Serrano, non la trovereste, perché ora si chiama calle Jorge Luis Borges, in onore del suo più illustre abitante, proprio come la vicina plaza Serrano è detta plazoleta Julio Cortazar.

In questa biblioteca, dove, come si usava una volta, i volumi erano protetti da sottili lastre di vetro, Borges s’accanisce nella lettura fino a compromettersi la vista: una stanza complessa come un labirinto in cui le svolte dei cunicoli sono rappresentati dalle coste dei libri e la possibile uscita da una pagina stravagante di Mark Twain (Le avventure di Huckleberry Finn è il primo romanzo che ricorderà di aver letto interamente), di H.G. Wells, di E.A. Poe, Stevenson, Carroll, Burton e di quel Cervantes che forse più di ogni altri lo accompagnerà per tutta la vita, fino a possederlo come un demone benigno.

Borges scrive:

La lista è eterogenea e non può confessare altra unità se non quella consentita dall’età precocissima in cui li ho letti. Ero un lettore ospitale in quell’altroieri, un cortesissimo investigatore di vite altrui e accettavo tutto con gioiosa e alacre rassegnazione. Credevo a tutto, perfino alle brutte illustrazioni e agli errori di stampa. Ogni racconto era un’avventura e io cercavo luoghi adatti e prestigiosi per viverla: il pianerottolo più alto delle scale, una soffitta, il terrazzo della casa.

Ma la biblioteca è un labirinto che, croce e delizia, può replicare sé stesso all’infinito. Tra grande letteratura anglosassone, intrighi polizieschi (I delitti della rue Morgue), narrativa americana e testi filosofici (soprattutto volumi di avvicinamento al pensiero greco, all’empirismo inglese e al pragmatismo di William James, il fratello del romanziere Henry), le basi del Borges a venire sono quasi complete: perché questa mistura, che poggia su Dante e Shakespeare, si completi e diventi davvero originale manca solo un ultimo elemento, una componente ibrida, spuria, originale nel senso più pratico e prosaico del termine.

E questa componente il giovane Jorge Luis, come ogni recluso avido di avventure e di scorie di quella che immagina essere la vita vera, finisce per trovarla proprio nella letteratura criolla dei capolavori gaucheschi: frasi e versi selvaggi, primordiali come quelli di Eduardo Gutiérrez (autore del romanzo Juan Moreira) o di José Hernández, il padre del Martín Fierro, poema epico che nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto diventare il libro nazionale degli argentini.

Questi e altri testi Borges li divorò nella seconda biblioteca del padre, quella di Adrogué, dove la famiglia trascorreva le villeggiature estive. Tra le sue letture, una in particolare, uno strano libriccino francese, gli consegnò per sempre le chiavi del labirinto: un intrico spaventoso (da qualche parte si annida sempre un Minotauro) ma anche la griglia con cui avrebbe tradotto i sentieri che dal mondo, allora e per sempre, avrebbero condotto a Buenos Aires. Di queste biblioteche si è persa in parte ogni traccia. Chiunque avesse visitato Borges nei suoi ultimi anni di vita, sarebbe rimasto sicuramente deluso.

Varcando la soglia dell’ultima casa bonaerense, l’appartamento di calle Maipù, non lontano da plaza San Martín e dalla via principale della capitale argentina, avenida 9 de Julio, sarebbe stato accolto dalla fida Fanny (o Fani, reincarnazione platense di quell’archetipo di fantesca che fu la Céleste proustiana) e introdotto nella quiete borghese di stanze che tutto gli avrebbero lasciato immaginare tranne che qui vi abitasse il genio tentacolare, bizzoso ed enciclopedico di un uomo per cui non esistevano confini tra veglia e sonno, giorno e notte, realtà e invenzione.

Manguel racconta:

Superata una porta con tendaggi, si entrava nel soggiorno, dove il maestro salutava i suoi ospiti con una debole, timida stretta di mano. A destra, una tavola ricoperta con una tovaglia di pizzo e quattro sedie con lo schienale dritto arredavano la sala da pranzo; a sinistra, sotto la finestra, si trovavano un divano consunto e un paio di poltrone. Borges sedeva sul divano e il visitatore veniva fatto accomodare su una delle poltrone di fronte a lui. Mentre parlava, i suoi occhi ciechi fissavano un punto nello spazio e la sua voce asmatica risuonava nella stanza piena degli oggetti familiari della sua vita di ogni giorno: un tavolino su cui teneva un boccale d’argento e un mate che era appartenuto a suo nonno, un minuscolo scrittoio risalente alla prima comunione di sua madre, due scaffali bianchi incassati nel muro con le enciclopedie, e due basse librerie di legno scuro. Al muro era appeso un dipinto di sua sorella, Norah Borges, che raffigurava l’Annunciazione, e un’incisione di Piranesi che mostrava delle misteriose rovine circolari. Un breve corridoio in fondo a sinistra conduceva alle camere da letto: quella di sua madre, piena di vecchie foto, e la sua, semplice, come una cella monacale, con un letto con l’intelaiatura di ferro, due librerie e un’unica sedia. Al muro della sua camera erano appesi un pannello di legno con gli stemmi cantonali svizzeri e una copia dell’incisione di Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, che Borges aveva celebrato in due raffinati sonetti.

Tutt’altro, insomma, che il gabinetto del dottor Caligari o la taverna di Auerbach. Poche le librerie, ordinatamente stipate di romanzi, saggi di filosofia e matematica, dizionari e enciclopedie, “misteriosamente assenti Proust, Racine, il Faustdi Goethe, Milton e le tragedie greche (tutti, naturalmente, letti e citati nei suoi scritti)”.

Tra le foto di Jorge Luis Borges. Immagini e immaginazione cerco corrispondenze con la descrizione di Manguel: nella prima trovo Fani (o Fanny) che serve al maestro un mate con una lunga bombilla (la tipica cannuccia di metallo con il filtro per impedire alle foglie di erba mate di finire in bocca), nella seconda riconosco la tavola da pranzo del soggiorno con le quattro sedie “con lo schienale dritto”. Sul fondo della parete, una libreria bassa, di cinque scaffali.

Nella foto successiva, un ritratto di Borges davanti a un piatto di ravioles poggiato su una tovaglietta con disegnata la bandiera inglese e la caricatura di una guardia reale. In quella dopo ancora, un particolare della libreria.

Piego la testa e leggo alcuni nomi stampati sul dorso dei volumi: Spinoza, Pound, Swinburne, Virgilio e Tolkien. Continuo a sfogliare: sopra una consolle, un grande quadro, quello della sorella Norah, L’Annunciazione, alla sua destra l’incisione di Piranesi, in ordine sparso ritratti di famiglia e argenteria; nella camera da letto, il lettino in ferro e la libreria con “una delle più grandi collezioni di letteratura anglosassone e islandese dell’A- merica latina”. Dalla foto in realtà non sembra così imponente; accanto a questa, una libreria in tre pezzi appartenuta al padre, Jorge Borges; sul ripiano superiore, alle estremità, due foto con dedica di Susana Bombal; tra queste: una statuina equestre del Gattamelata (“acquistata dal padre, a Padova, negli anni della prima guerra mondiale”, così recita la didascalia), due uova credo di marmo, una specie di maialino in pietra, una pipa di pannocchia, una sfera (sempre di marmo) e, stando alla didascalia, “una replica della clessidra usata da Kipling” (devo ricordarmi di verificare questa cosa della clessidra). Sempre in camera da letto, due piccole tracce di orgoglio (o forse di disillusione? Con Borges non si può mai stare tranquilli): appesi alla parete, da un lato la laurea conferitagli honoris causa dall’Università di Cuyo nel 1956, dall’altro il certificato di un premio del Ministero per l’Educazione e Giustizia ricevuto l’anno successivo, pochi mesi dopo la pubblicazione de L’Aleph.

Quello che più mi attira, però, non sono queste due pergamene, così simili a quelle che si possono trovare nello studio di qualsiasi professionista borghese, ma una grande tigre appesa sotto la laurea: è di ceramica, leggo, proprio come immaginavo, ma il corpo non è realistico, è borgesiano. Il manto è uno spicchio di cielo con in primo piano delle grandi foglie di palma. Si tratta di un regalo di María Kodama.

Quasi quarant’anni più giovane di lui, la Kodama, di padre giapponese e madre tedesca, conobbe Borges a dodici anni e divenne presto sua allieva e discepola nello studio dell’islandese, assumendo poi il ruolo, dopo la morte della madre di Borges, nel 1975 (l’anno in cui sono nato io, il Viaggiatore), e su insistenza di Fani (o Fanny), sua agente letterario e segretaria, accompagnandolo nei numerosi viaggi che il suo status di “grande autore vivente” ormai imponevano e assistendolo nella stesura della Breve antologia anglosassone, di Atlante e nella traduzione di Edda in prosa, del duecentesco poeta islandese Snorri Sturluson.

Per aggirare le restrizioni in materia di divorzio (Borges era ancora formalmente sposato con Elsa Astete Millán), il “maestro e María” si sposarono in Paraguay con rito civile pochi mesi prima della morte di Borges. Ma questo fa parte della cronaca. Così come è agli atti che María Kodama sia tutt’oggi presidente della Fondazione Internazionale Jorge Luis Borges. Però, la mia attenzione è tutta per l’animale che nell’araldica personale e fantastica di Borges occupa un posto di primo piano e nasce, come ogni sua immagine, nella fantasia prima ancora di incarnarsi nella geografia bairense, lungo le sponde di quel fiume, il Paraná, che dal Brasile arriva in Argentina e insieme al Rio Uruguay forma il mare di Buenos Aires: il Rio de La Plata.

Ne L’arteficeBorges scrive:

Nell’infanzia esercitai con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre di pelo cangiante dei giuncheti vaganti del Paraná e del disordine dell’Amazonas, ma la tigre striata, asiatica, reale, che solo i guerrieri possono affrontare, sopra un castello sul dorso di un elefante. Solevo indugiare senza fine davanti a una delle gabbie dello Zoo; apprezzavo le vaste enciclopedie e i libri di storia naturale, per lo splendore delle loro tigri. […] Trascorse l’infanzia, declinarono le tigri e la passione per esse, ma son rimaste nei miei sogni. In quello strato sommerso e caotico dominano ancora, in questo modo: addormentato mi distrae un sogno qualsiasi e a un tratto so che è un sogno. Soglio pensare allora: questo è un sogno, una pura diversione della mia volontà, e giacché il mio potere è illimitato, susciterò una tigre. Oh, inabilità! Giammai i miei sogni sanno generare la desiderata fiera. Appare, sì, la tigre, ma debole o smagrita, o con impure variazioni di forma, o d’una grandezza inammissibile, o in una visione fugace, o somigliante a un cane o a un uccello [Dreamtiger].

Declinarono le tigri… caducaron los tigres… e la passione per loro… y su pasión… ma son rimaste nei miei sogni… pero todavía están en mi sueños… il mio potere è illimitato…y ya que tengo un illimitado poder… susciterò una tigre… voy a causar una tigre… appare, sì, la tigre… aparece el tigre, eso sí… ma con impure variazioni di forma… pero con impuras variaciones de forma… d’una grandezza inammissibile, o in una visione fugace… de un tamaño inadmisibile, o harto fugaz… Borges, che ha scritto tanto dei libri degli altri e che rivendicava con orgoglio le sue letture piuttosto che le sue creazioni, lui che ha fatto della teoria letteraria né più né meno di quello che davvero è, ovvero un genere narrativo, ebbene, proprio dove non fa teoria, come in un queste poche righe, espone la sua personale poetica: una poetica semplice, lineare e archetipica, salgariana e pre-freudiana.

Una poetica infantile, fatta di sogni, del potere illimitato della fantasia e degli eccentrici meccanismi della realtà immaginativa: impure variazioni di forma, grandezze inammissibili… E cosa sono i sogni se non pure diversioni dalla realtà? Ben altro, insomma, che il negativo notturno del giorno, della coscienza, della presenza di sé, della ragione: questo feticcio che, nonostante – o per – l’apparente lucidità dell’opera borgesiana, poco o nulla ha a che vedere con la letteratura. È per questo che Borges è un visionario mistificatore, e quindi un grande scrittore romantico. Di più: l’ultimo – e forse l’unico – grande romanziere romantico del Novecento.