Dalla memoria al perdono: Andarsene di Rodrigo Hasbún

Manuela Altruda

«Andarsene è da codardi». Così Monika Ertl accusa suo padre Hans durante una lite scoppiata nel bel mezzo dell’oceano, sulla nave che li sta conducendo dalla Germania verso La Paz, la città dove sperano di poter ricominciare.

Sfogliando Andarsene di Rodrigo Hasbún – pubblicato per la prima volta in Italia nel 2016 da SUR, con la traduzione di Giulia Zavagna, e uscito lo scorso luglio con una nuova edizione in brossura –, è inevitabile chiedersi subito chi è ad andarsene – una persona, una famiglia intera, i valori di una nazione, un’epoca –, e da cosa vuole andare via – una cultura, una donna che non si ama, un marito sbagliato, la guerriglia, la vita, La Paz, Monaco. E tutte le ipotesi sono potenzialmente esatte, perché Andarsene è la storia di una famiglia e, si sa, le vicende familiari sono sempre affari complicati.

Hans Ertl è un ex cineasta tedesco noto per aver collaborato attivamente con il Reich, e in particolare con la regista Leni Riefenstahl per la realizzazione di Olympia (1936).È «il primo cameraman a filmare sott’acqua e a fare delle riprese aeree incredibili, il primo in tante cose», racconta una delle sue figlie. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, il legame con il regime nazista renderà la sua vita a Monaco impossibile. Ertl decide di trasferirsi in Bolivia insieme alla moglie Aurelia e alle figlie Monika, Trixi e Heidi, nella speranza di cominciare una nuova vita. È un marito egoista e un padre autoritario, concentrato unicamente su sé stesso e sulla riuscita delle spedizioni archeologiche che era solito organizzare per poterne poi ricavare dei documentari. Intanto, come un «clan», le donne lo aspettano, «fino ad allora sempre a Monaco e adesso a La Paz».

«Andarsene, era questo che papà sapeva fare meglio, andarsene ma anche tornare, come un soldato sempre in guerra, giusto il tempo di radunare le forze per andarsene una volta ancora».

Prendendo in prestito dal linguaggio cinematografico, si potrebbe dire che se la prima parte del libro è un campo medio che si concentra sulla vita degli Ertl, intesi quasi come ecosistema a sé stante, nella seconda l’inquadratura si sposta in soggettiva verso Monika. La maggiore delle tre sorelle mostra subito grande determinazione e tenacia, anche se non mancano momenti di fragilità che sfociano in violente crisi depressive. La vita di Monika è una lotta perpetua con quella figura paterna troppo ingombrante, dalla quale cercherà di allontanarsi sempre di più non rendendosi conto, forse, di esserne una copia (quasi) esatta. Ancora molto giovane abbraccia gli ideali della rivoluzione che sconvolge l’America Latina degli anni Sessanta. Entra a far parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale, avvicinandosi poi a Inti Peredo, considerato l’erede di Che Guevara, con il quale inizia una relazione. Come suo padre in passato, Monika trasforma un credo politico in ragione di vita, tanto da essere passata alla storia come, citando Jürgen Schreiber, «la ragazza che vendicò Che Guevara». Con una pistola che le aveva procurato Giangiacomo Feltrinelli, fu lei a sparare al console boliviano Roberto Quintanilla Pereira, colui che aveva ordinato la mutilazione del corpo del Che e l’assassinio di Inti.

«Pensai a quanto è facile che le persone si allontanino, a quanto è facile perdere qualcuno».

Attraverso la storia degli Ertl, Hasbún descrive un momento preciso e difficile della storia della Bolivia, muovendosi abilmente tra finzione letteraria e verità storica. Accanto al Sud America, però, c’è anche la Germania: la madrepatria mai dimenticata,le origini della famiglia, le sue radici, la lingua che parlano tra loro perché lo spagnolo «suona falso». La nazione tedesca è una somma di rabbia e nostalgia, ma anche emblema di speranza: l’autore ne costruisce un ritratto inafferrabile, un’immagine sfocata di una terra abbandonata non per scelta e che, nonostante tutto, appare ancora come un rifugio sicuro dove poter tornare.

«Ti piacciono le stradine scoscese, i passaggi coloniali rimasti immutati nel tempo, le salite e le discese di La Paz: ti fanno battere forte il cuore, ti ricordano che c’è».

In 2666 Roberto Bolaño scrive che le parole praticano «più l’arte di nascondere che l’arte di svelare», e niente sembra poter descrivere meglio ciò che accade in Andarsene. I capitoli del libro si potrebbero leggere come un dipinto impressionista: ad avvicinarsi troppo una pennellata appare solo come un gesto isolato, meccanico e senza senso, ma se ci si allontana e si osserva l’insieme dalla giusta distanza tutto sarà più chiaro. La prosa di Hasbún procede per immagini tanto intense e nitide da suggerire suoni, essenze e movimenti–un’esperienza sensoriale che comincia dalla copertina del romanzo: scrutandola si percepisce il profumo della vegetazione e il silenzio interrotto solo dal fruscio delle foglie.

Leggere Andarsene è anche questo: riuscire a sentire l’aroma dell’avena e della frutta fresca da mangiare a colazione. Così come, una volta entrati nella Dolorosa, la tenuta costruita da Ertl padre, distinguere il particolare odore che solo le case intrise di ricordi e malinconia riescono a emanare, dove la parete della sala da pranzo ricoperta di vecchie foto non è altro che cronaca familiare e ritratto della memoria. Perché che sia collettiva, privata, storica, è la memoria che muove i personaggi del romanzo quasi quanto le convinzioni politiche e la vendetta personale, tracciando un percorso che dal ricordo, meraviglioso o doloroso, conduce a quel perdono che sa curare e recuperare gli affetti.