«Un canzone d’amore è una canzone triste»: Una ragazza molto bella di Julián López

Manuela Altruda

In un piccolo appartamento della Buenos Aires degli anni Settanta un bambino di sette anni, avvolto in una vestaglia, è seduto sul divano del suo soggiorno «con le pareti rosse». Sta guardando un vecchio film degli anni Cinquanta, Lili, quando la protagonista intona una «canzone che dice che una canzone d’amore è una canzone triste e non mi chiedere come lo so». Questo, che potrebbe sembrare il racconto ordinario di un momento di vita quotidiana, è solo una delle tante istantanee che compongono il primo romanzo del poeta argentino Julián López (uscito lo scorso ottobre per Alessandro Polidoro Editore, con la traduzione di Sara Papini).

Leggere Una ragazza molto bella di López significa seguire l’autore in un tentativo di trasposizione letteraria di una mostra fotografica: le vecchie foto racconterebbero una vita fatta di molti silenzi e pochi sussurri, di verità celate tra le mura domestiche. Il soggetto fotografato è una giovane madre − «una ragazza molto bella» come anticipa il titolo −, il fotografo è il suo unico figlio, ormai adulto, che prova a dare voce ai suoi ricordi di bambino dai capelli rossi e lo sguardo malinconico, denunciando un’«infanzia senza doppiezze».

«Ribrezzo e orrore possono essere una cosa sola e io lo scoprii lì, nella campagna argentina, sotto un cielo pallido, in una pozzanghera di sangue bonaerense».

Una muchacha muy bella – titolo originale dell’opera – è un libro quasi sospeso nel tempo e nello spazio, in cui l’osservazione di oggetti e piccoli riti quotidiani è il solo modo che il lettore ha per comprendere fino in fondo una storia di amore e nostalgia. Ci sono le cartoline dell’Olanda che la madre usa per viaggiare insieme al figlio; ci sono i cioccolatini Suchard e le tavolette Galak che lo zio Rodolfo porta a ogni sua visita, il tè preso con solo una goccia di latte e il purè con le salsicce come piatto preferito; ci sono gli scaffali di una libreria dove accanto a Cent’anni di solitudine e L’uomo ammaestrato di Esther Vilar appare un libro che in prima pagina riporta, copiata a mano, una delle poesie di Alfonsina Storni. Tutto accade sotto lo sguardo vigile e affettuoso della vicina Elvira, una donna generosa che dispensa baci e fette di torta di mele, che passa le sue giornate davanti alla televisione a guardare una puntata dietro l’altra della telenovela Pobre Diabla, insieme alla sua anziana cagnetta Ñata. Elvira attende con ansia l’arrivo delle festività natalizie e con queste sua sorella Desiré, «fragrante come i pompelmi del fruttivendolo sul tavolo della cucina raggiunti da un raggio di sole pomeridiano», una donna che è un enigma quasi come una natura morta di Francisco de Zurbarán.

Il bambino, malinconico e pensieroso, sente però che c’è di più, qualcosa che non riesce ad afferrare fino in fondo e che lui stesso racconta come «quel conflitto che sono riuscito a comprendere molti anni più tardi». Il conflitto è l’Argentina degli anni Settanta.

«Macchie slegate, come un nastro tirato da qualcuno verso un lato per affrettare le cose».

López ha scelto di descrivere la dittatura in maniera non canonica, attraverso lo sguardo di un bambino che intuisce, ma non afferra del tutto, il motivo delle intermittenti assenze della madre. Il racconto procede come un lungo flashback – in cui ai ricordi felici si alternano momenti caratterizzati da apprensione e sospetti – che si interrompe solo nelle ultime pagine, quando la narrazione volge al tempo presente. Oggi il bambino è cresciuto: è un uomo adulto, con un lavoro e una relazione stabili. Le frequenti visite a Elvira, che ormai anziana vive in una casa di riposo, suggeriscono però un senso di irrisolto e un passato solo accantonato e mai affrontato.

Nel corso della narrazione l’autore non parla mai in maniera esplicita di guerriglia, di militanza o di repressione, ma con grande sapienza ne dissemina i segni tra le pagine: una foto di Che Guevara che la madre tiene come fosse un santino, il telefono che squilla incessantemente, le persiane di casa che non posso essere tirate su, la minaccia di una presunta bomba a scuola durante la recita di Natale, il corteo di carri armati, le notizie devastanti sulla battaglia di Monte Chingolo, e quelle parole dette a Elvira tra le lacrime: «Non ho avuto il coraggio».

Una frase breve, una sincerità disarmante, che lascia intendere cosa sta accadendo: una donna sceglie di anteporre l’amore materno alla militanza politica, rifiutando di partecipare attivamente a un’importante operazione. Mentre la madre si dispera, il figlio attraverso uno specchio scruta lo schermo della televisione. Sedici lettere. Si ricorda di un regalo ricevuto da parte dello zio, un rettangolo di vetro rosso che posizionato esattamente al centro di un quaderno permette di copiare il riflesso di quello che c’è dall’altra parte. Sforzandosi comincia a copiare una a una le lettere. Sì, sono sedici: Unidad Viejo Bueno.

Una ragazza molto bella non è solo il racconto di una donna in perenne lotta tra l’amore per il figlio e il suo credo politico: è anche un romanzo sulla perdita dell’innocenza di un bambino e sulla presa di coscienza della sua condizione di orfanezza. López non rivela esplicitamente l’assenza del padre o la scomparsa della madre, ma entrambe sono evidenti in due immagini precise: un semplice pennello da barba lasciato inutilizzato su una mensola del bagno, e la copertina strappata dell’Uomo ammaestrato nella devastazione di quel salotto con le pareti rosse che fino ad allora era stato rifugio sicuro.

«Sollevai gli occhi una volta ancora e una volta ancora vidi una luce e minacciosa. Una luce come non credo di aver mai visto. Vidi la mia casa rotta. Chinai di nuovo gli occhi e lessi il brandello che si sfogliava tra le mie dita. Era la copertina dell’Uomo ammaestrato. Il libro dedicato ai troppo vecchi, ai troppo malati, ai troppo brutti. Non leggerò, mai più, pensai mentre Elvira mi abbracciava da dietro».

«Io sapevo qualcosa. Sapevo», scrive il bambino ormai adulto, come finalmente consapevole di un presagio all’epoca ignorato, di una tragedia imminente. Ma non c’è alcuna traccia di rabbia, incomprensione o recriminazione nelle sue parole, solo la volontà di rendere il ricordo della madre concreto e fisico. Come se entrato in una camera oscura dove tutto si tinge di rosso, come le pareti del suo salotto e come quel rettangolo di vetro, lentamente i negativi della sua infanzia acquisissero finalmente contorni definiti. È allora che sembrano risuonare nella mente i versi di Alfonsina Storni: «Me confusa nel vento saprai rintracciare?».