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Anzitutto la notizia, ormai vecchia di qualche giorno: la Juventus acquista il cinque volte Pallone d’oro Cristiano Ronaldo per la cifra tutto sommato esigua di 105 milioni; il suo stipendio ammonterà a 30 milioni netti all’anno, grossomodo 428mila euro a settimana se siete abituati all’inglese con Football Manager. A Melfi, nello stabilimento della Fiat in Basilicata, l’Unione sindacale di base mette in correlazione l’operazione di calciomercato e la situazione degli operai in sciopero: «Gli operai della Fiat non hanno un aumento di paga base da 10 anni». La parlamentare di LeU Michela Rostan scrive così sui social:

Va da sé che gli operai abbiano tutto il diritto di mettere in campo le strategie – anche comunicative – che ritengono più opportune al fine di migliorare le proprie condizioni salariali. Ma cosa c’entrano le loro legittime rivendicazioni con lo stipendio di qualcun altro, precisamente un calciatore?

Il pauperismo è forse la vera malattia infantile della sinistra italiana e precipita, non foss’altro che filologicamente, il discorso economico e politico al medioevo del nostro ragionare. Da un breve controllo sull’enciclopedia Treccani: «il termine designa talora l’ideale di povertà professato da alcune comunità cristiane, come gli Ordini mendicanti (con riferimento soprattutto al basso medioevo), e l’effettivo stato di povertà in cui esse, per libera scelta, vivevano».

La «Chiesa povera», il tentativo di vivere un cristianesimo primitivo e radicale ritornando alle presunte origini, ammantate opportunamente di un buon velo nostalgico, era perlomeno dapprincipio vista come una vera e propria eresia: i valdesi, i dolciniani, i patarini, gli albigesi venivano scomunicati, torturati, bruciati e contro di loro si indicevano crociate. Quest’esigenza di rinnovamento mistico serpeggiante tra popolo e basso clero sarà fatta propria in parte dalla Riforma, ma verrà accettata anche in seno alla Chiesa romana grazie agli ordini  mendicanti. Nel dialogo-scontro interno gli ordini mendicanti hanno funzionato come paravento istituzionalizzato alla montante critica dei privilegi della Chiesa; insomma la solita solfa dell’accontentatevi di quanto avete qui e ora ché poi c’è la ricompensa eterna ad attendervi con un Long Island nell’aldilà, intanto però noi abbiamo anche le olive nel Martini. Il pauperismo nei fatti è stato un vettore per giustificare e far digerire lo stato di indigenza in cui versava la maggioranza dei credenti: la povertà è una grazia, una prova da superare, e poi non vedete che la Chiesa tutta fa ammenda e penitenza e si spoglia dei propri beni?

Dal 2013, dopo il benedetto ritorno al lusso di Ratzinger, il Vaticano si è rifatto il trucco e a perorare questa svolta nel marketing e una nuova cosmesi da «Chiesa povera» è stato Bergoglio, un gesuita che ha saputo intuire per tempo lo zeitgeist corrente e si è scelto come nome di battaglia Francesco. Il papa che sguazza nelle contraddizioni – era stato eletto in odore di collaborazionismo con la junta di Videla e adesso è additato come un teologo della liberazione – è riuscito a intorbidire le acque anche su questo tema. All’Economist che lo aveva paragonato a Lenin aveva ribattuto che «i comunisti ci hanno rubato la bandiera, la bandiera dei poveri è cristiana» e sulla Stampa invece aveva articolato il proprio pensiero così: «Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero». Perseguire la ricchezza cari amici cattolici è dunque sbagliato con buona pace dell’etica protestante e dello spirito del capitalismo. Quest’ultimo poi, con il consumismo, si è macchiato di aver prodotto una «cultura dello scarto» che si esprime in cose riprovevoli come l’aborto o l’eutanasia, che si sa non stanno bene.

In tempi recenti anche in politica e soprattutto a sinistra, da Mujica e Latouche in poi, è avvenuto uno smottamento verso posizioni conservatrici che anziché immaginare società che possano produrre ricchezza pensano piuttosto una redistribuzione della ricchezza esistente. Una vita che si avvicini di più a un ideale francescano di povertà condivisa piuttosto che di ricchezza condivisa e un’inversione di paradigma in cui al mantra della produzione infinita proprio del capitalismo e della sinistra lavorista che ha raccolto l’eredità marxista si oppone la decrescita felice. Si predica la lotta contro la ricchezza più che contro la povertà. Questo è forse il più grande equivoco della storia del comunismo italiano prima e della sinistra italiana poi.

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In Italia e a «sinistra» un grande pauperista inconsapevole fu l’Enrico Berlinguer né teista né ateista che sbandierando la «questione morale» si concentrò sulla disonestà e l’illegalità che a suo dire permeavano la classe dirigente. Nel ’77 lanciava la linea dell’austerità contro la civiltà dei consumi e i suoi «guasti morali». Istituiva immancabilmente anche un noi e un loro, sancendo una diversità antropologica tra gli elettori del Pci e  gli altri, i corrotti. Cavalli di battaglia che oggi ricordano  sinistramente popoli viola, domeniche in bicicletta e V-day. Figlie di quella stagione arrivarono le derive manettare di Tangentopoli, la voglia di repulisti generale, le monetine al Raphaël e poi la sobrietà robotica di Monti, le scope agitate in aria da Bobo Maroni, Marino in bicicletta e col pandino, Fico in autobus e chi più ne ha più ne metta. A questo filone di inchiesta possiamo derubricare in tutta tranquillità le posizioni anticasta che da Stella e Rizzo hanno fustigato i costumi dei nostri governanti col sereno buonsenso di chi butta ettolitri di benzina sull’autodafé. Il Movimento 5 stelle, come gli ordini mendicanti del tempo, ha saputo monetizzare questo rigurgito moralista interpretando due classici della rinascita cattolica e dunque della sinistra nostrana: il purismo e il pauperismo. Agitando la leva prepolitica dell’onestà e del ritorno a un’ascesi nazionalsovranista, il Movimento nasce non a caso il 4 ottobre del 2009, una data simbolica perché si celebra San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Nelle parole del suo leader, il comico livoroso Beppe Grillo: «Era una dichiarazione d’intenti. Un volersi elevare a una dimensione che non è quella ristretta e miope della politica, ma quella senza confini dello spirito e dell’uomo. Abbiamo sempre volato alto, anche quando nei sondaggi eravamo relegati alla voce “altri”. Gianroberto ed io prendemmo questa decisione perché san Francesco è un santo ambientalista, animalista e che ha creato il suo ordine, dando impulso al rinnovamento della Chiesa, senza soldi». Alla marcia per il reddito di cittadinanza da Perugia e Assisi dell’anno scorso, il garante (de che?) non si farà problemi a dire: «Noi siamo i francescani d’oggi». Il campione di questa intransigenza contro i privilegi e l’enfant prodige del Movimento è l’ex catechista Dibba, personaggio jovanottiano uscito da un film di Verdone, si tratta di un animatore da villaggio turistico che incarna una specie di fra Dolcino in scooterone. Anche per lui «frate Francesco è un esempio». Nessuno però si accorge che la ricetta politica – un minestrone ribollente di probità, gentismo e faciloneria – consiste di fatto in austerità, altri tagli al pubblico impiego: non esattamente una cosa di sinistra. Entusiasti, a frotte in molti «di sinistra» seguiranno il trasudamericante Dibba nella sua avventura salvo poi ritrovarsi gomito a gomito con Salvini.

Le soluzioni alla povertà proposte dal partito (cominciamo a chiamare le cose col loro nome) della Casaleggio e associati sono una deduzione perfettamente logica del loro assunto pauperista: non più crescita e lavoro, ma una mancetta che ricorda molto il ruolo dell’elemosina negli ordini mendicanti, il reddito di cittadinanza (ridotto a più miti consigli dopo le fanfaronate elettorali). Gli strati sociali più bassi della società non vanno affrancati col lavoro, ma al contrario devono starsene belli belli al posto loro e con una carità palliativa finanziata dai lavoratori che potrebbe ben essere la pietra tombale sul welfare state così come lo conosciamo. In altre parole, non si tratta di una redistribuzione delle risorse perché si pescano i soldi sempre nelle stesse tasche né men che meno di uno strumento di giustizia sociale per emancipare le brulicanti masse di diseredati che marciano a mani vuote sullo sfondo di Quinta colonna su Rete4. Non è un caso che la prima idea di reddito di cittadinanza, poi cestinata, fosse stata dell’amministrazione Nixon, non proprio un governo barricadero ecco.

Facendo atto di sospensione dell’incredulità e prescindendo solo per un attimo dalla loro realizzazione pratica – un disastro che il contemporaneo Bakunin aveva già individuato in nuce nei testi teorici –, il comunismo e la società che avevano in mente Engels e Marx erano tutt’altra cosa: anzitutto riconoscevano alla società capitalistico-luterana il merito di aver creato ricchezza e poi prevedevano l’avvento – messianico altro che scientifico – di un uomo nuovo non più alienato, l’abolizione delle classi sociali e una ricchezza diffusa presso tutti gli uomini. Nel Manifesto del Partito Comunista, Engels e Marx polemizzano contro il socialismo cristiano e lo accusano di stare solo genericamente dalla parte dei poveri, ma in realtà di essere d’ostacolo alla realizzazione del comunismo. Brecht invece metteva in guardia i compagni dalla pratica della compassione che distoglie dall’obiettivo principe, ovvero la presa del potere. Criticando l’anarchico individualista Stirner che tra una sessione al tavolo da gioco e l’altra aveva confuso proletariato e pauperismo, Marx aveva indicato anche nel lumpenproletariat, nei sottoproletari, una classe sociale senza coscienza politica e disorganizzata sindacalmente che avrebbe potuto essere sfruttata dalla reazione borghese.

Purtroppo per noi però a sinistra più che i testi cardine del socialismo si è frequentato le parrocchie, magari le stesse di Dibba, e quindi oggi ci ritroviamo con una certa confusione al riguardo.

Cristiano Ronaldo, per tornare alla notizia, più che un calciatore è un’azienda – al punto che c’era chi ironizzava prima del suo acquisto come fosse più probabile che fosse lui a comprare la Juventus e non viceversa. Guadagna molto ma questo suo guadagno va rapportato agli incassi e all’indotto che il suo stipendio garantiscono alle squadre (e forse perfino alle città e alle regioni) che lo reclutano. Il suo valore sta tutto negli sponsor che si trascina dietro, nelle magliette che farà vendere e nei 335 milioni di fan che lo seguono sui social. Plausibilmente l’investimento sul giocatore da parte della Juventus, e dunque della Fiat, potrebbe contribuire a far vendere qualche automobile in più e magari, chissà, a sbloccare quegli aumenti salariali chiesti dagli operai, o molto più probabilmente a creare occupazione in altri settori legati allo sfruttamento del (dei) brand. Ciò non toglie che rimanga ragionevole sostenere che quei soldi si poteva dirottarli nel miglioramento delle condizioni, delle tutele e degli stabilimenti in cui lavorano gli operai; ma evidentemente l’azienda ha fatto calcoli diversi su cosa potesse essere più redditizio. Di sicuro c’è che la correlazione tra i due fatti è di natura moralistica, o peggio moralisteggiante e implica un giudizio valoriale su cosa sia più o meno buono per la società e per chi in effetti fruisce del prodotto calcio, evidentemente agli occhi di chi la istituisce deve trattarsi di un povero babbeo in cerca di facili distrazioni dalla sua condizione avvilente di schiavo del sistema. Giudicare però il fatto che CR7 guadagni molto con criteri premoderni («è immorale») ci fa tornare dritti dritti all’epoca di Müntzer e degli anabattisti, al disprezzo del denaro «sterco del demonio» e quindi al rifiuto del mercato tout court. Marx e Engels hanno studiato il capitalismo e le sue contraddizioni non partendo da un punto di vista moralistico, ma economico.

Da buoni discepoli del Gianni Livore di Guzzanti non aspiriamo più al miglioramento delle condizioni di vita generali e vogliamo il livellamento di tutti sì ma verso il basso. Di fatto i corni del dilemma restano due: o si combatte la povertà o si combatte la ricchezza. La questione, come diceva Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa, non è se Cristo fosse povero, ma se lo debba essere la Chiesa.