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I corpi che abitano la Bogotà di Maria Ospino Pizano sono corpi di donne che raccontano storie, isolate o intrecciate, fatte di bugie, desiderio, protezione e rimpianti. La scelta della città come teatro in cui si muovono i personaggi de Gli azzardi del corpo (Edicola Ediciones, traduzione di Amaranta Sbardella, 2020) non è casuale né dovuta esclusivamente all’origine dell’autrice – colombiana, docente alla Wesleyan University negli Stati Uniti e studiosa di cultura latinoamericana contemporanea.

Ciò che le interessava raccontare – come spiega in un’intervista all’agenzia di stampa internazionale Pressenza.com – è come la mente e il corpo vivono nel mezzo di una guerra. Che nel caso della Colombia è una realtà onnipresente e che assume più forme, quella della lotta contro il narcotraffico, dello stato contro i gruppi armati, quella della migrazione. Battaglie diverse che hanno generato i medesimi effetti di disuguaglianza ed esclusione, per motivi che vanno dalla classe al genere all’origine, e che spesso si traducono in conseguenze violente sui corpi delle donne.

Cosa succede al corpo di una guerrigliera quando non è più tale, quando suo malgrado rientra nella cosiddetta società? Resta un territorio politico o si confonde tra gli altri? Diventa un corpo che si adegua a una quotidianità in cui bisogna portare le scarpe, comprare prodotti inutili, sopravvivere con un soffitto sulla testa al posto del cielo. Il primo racconto è dedicato al duplice corpo di Marcela-Policarpa, scisso a metà tra la vita di prima e quella di oggi, nella quale non le rimane, per non perderla, che tentare di raccontare la propria storia a modo suo, scontrandosi con una realtà che non glielo permette e che non consente errori. Risultano emblematiche le pagine che Marcela scrive per ricordare e per raccontarsi e che vengono corrette e modificate dalla editor che le cura per un libro in grado di adeguarsi a chi lo leggerà, turbando quando serve, al momento giusto, non più del necessario.

Io per tanti anni Sin dall’inizio lì avevo portato con me un quaderno dove facevo dei disegni (perché, a dirla tutta, è da quando ero piccola che mi piaceva disegnare), segnavo le date di compleanno o della morte di alcune persone a me care speciali, iniziavo lettere a mia madre o ai miei fratelli e scrivevo poesie. Avevo pensato di regalarlo a Erika, che lassù era la mia migliore amica, come una sorella, questo è stata lei per me, in ricordo della nostra amicizia, ma alla fine ho deciso di portarlo con me in quest’ultimo viaggio questa avventura. Da quelle parti raccontano Sembra che pure lei abbia disertato, anche se altri dicono che è morta in uno scontro a Nariño. È una cosa che voglio verificare ora che sono qui, perché se è viva la voglio cercare.”

Ogni racconto della raccolta è indipendente rispetto agli altri, vive e può essere letto in modo del tutto autonomo. Allo stesso modo, ognuno di essi fa parte di un insieme, di un tutto, di una sorta di costellazione fatta di storie. Perché, come sostiene Ospino Pizano, nessuna vita è circoscritta alle proprie frontiere, le persone vivono di connessioni e incontri e legami invisibili, seppur inevitabili e fondamentali.

Protagonisti del racconto Salvezza di signorine sono due corpi che si guardano tra finestre e spiragli e che vorrebbero avvicinarsi. Da un lato una donna appena arrivata in città, che acquisisce l’abitudine o la morbosità di guardare e poi spiare la vita del collegio femminile di fronte alla sua nuova casa. Dall’altro lato della strada, una ragazzina che ricambia gli sguardi e che si illude di avere qualcuno fuori che la aspetta, a cui scrivere lettere, alla quale potrebbe importare di lei, una nuova porta da oltrepassare. Corpi che fanno affidamento su altri corpi sconosciuti, che hanno un bisogno di prendersi cura – e di qualcuno che si prenda cura di loro – talmente forte che sarebbe sufficiente anche il corpo di un animale.

E se si fosse lasciata adottare? Le avrebbe aperto la sua casa. Le avrebbe dato la stanza libera perché potesse trascorrervi le notti tranquilla, nell’appartamento o sul letto, come avesse preferito. Le avrebbe cucinato brodaglie con l’osso più grande che avesse trovato in macelleria. Le avrebbe accarezzato le mammelle floride, avrebbe combattuto con le sue pulci, ma non subito, ovvio, altrimenti si sarebbe spaventata per quella fiumana di improvvisa ospitalità.”

La protagonista di Fauna di ere vive invece un incubo da sveglia e anche quando dorme. Come minuziosamente annotato in un diario che dura sei mesi, da quando si è trasferita in un nuovo appartamento in città, la donna convive con una serie di pulci ereditate dal gatto della precedente padrona di casa che lanciano attacchi alle sue gambe, alle sue braccia, a qualunque parte sia possibile esporre, di notte e di giorno. La presenza delle pulci è qualcosa di reale, a testimoniarlo c’è l’inventario di morsi che redige per rendersene conto, eppure allo stesso tempo si trasforma in qualcosa di angoscioso e paranoico che diventa parte di quello stesso corpo. Finché, dopo lo sterminio degli intrusi, l’ossessione si trasferisce su una nuova presenza animale, stavolta considerata superstiziosamente benefica e quindi ben accetta. La presenza ossessiva di insetti ricorda l’ingombrante invasione di scarafaggi di un racconto di Guadalupe Nettel (Guerra nell’immondizia in Bestiario sentimentale, La nuova frontiera, 2018) in cui l’impossibilità di liberarsi dei minuscoli animali diviene, per la famiglia che suo malgrado li ospita, parte del loro stesso essere, angolo delle loro coscienze.

Nei racconti di Ospino Pizano ogni corpo conquista la forza di vero e proprio personaggio e offre in tal modo all’autrice il punto di vista di una narrazione originale e particolarmente significativa, grazie alle infinite possibilità che un corpo umano sa generosamente mettere a disposizione, consentendo di essere smembrato ed esplorato, letto e poi disperso, trasformato in cofanetto di memorie, spezzato ma pronto alla ricomposizione.

Particolarmente riuscito in tal senso è Collateral beauty che racconta l’eredità di Estefanía, fatta di arti, occhi e capelli, passata dal nonno alla madre e a lei. Un fardello dolce e inquietante di cui disfarsi per chiudere un capitolo e pensare di cambiare vita, per rendersi conto che non è così semplice perché i pezzi di quel che si è stato sono difficili da disperdere del tutto.

Che fine avevano fatto le altre bambole, i monconi di braccia, gli occhi sfusi che non avrebbero presieduto nessun altare? Dal giorno in cui aveva sepolto la madre, Estefanía aveva capito che i vivi non riescono mai a occuparsi degli oggetti che lasciano i loro morti.”