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Per leggere Murene di Manuela Antonucci bisogna prima passare da una lama. Come tutti i libri della casa editrice Italo Svevo, infatti, anche questo romanzo arriva in libreria con le pagine intonse; il compito di separarle, con l’aiuto di un tagliacarte o un più prosaico paio di forbici, è delegato al lettore. Una soluzione pratico-estetica di questo tipo si sposa bene con la storia raccontata dall’autrice: il libro diventa un oggetto grezzo e corporeo, lanciato indietro nel tempo rispetto al reale anno di stampa.

Anche le vicende di Murene trovano collocazione nel passato, nel Salento del secondo dopoguerra. Attraversando un decennio – dal 1950 al 1961 – Antonucci si focalizza su un evento storico preciso, l’occupazione delle terre dell’Arneo, che vide i contadini riunirsi e lottare per riprendersi il diritto sui campi che lavoravano, finendo per essere arrestati e pestati dalle forze dell’ordine di un’Italia che faticava ancora a pensarsi unita.

«Gli ettari promessi erano rimasti nel latifondo, a seccare per l’inedia, calpestati dalle scarpe di sparuti cacciatori, gli amici della principessa, del conte, del senatore. Gente che viveva di capricci e fesserie, non come loro, braccati come bestie dalla fame».

I protagonisti del romanzo sono fotografati mentre prendono coscienza del loro essere forza politica oltre che sola forza lavoro. L’occupazione e la strenua difesa di quell’unica ricchezza che è la terra li condurrà a subire una repressione violenta, che trova in un orripilato sbigottimento l’unica reazione possibile: «E a tutti sembrò strano che in quella notte, dove i fuochi dei morti si mischiavano a quelli dei vivi, ci fossero ancora al mondo alcuni uomini a comandare sui destini di altri».

Sulla dimensione storica si intesse poi un elemento di mistero che confina col giallo: proprio nella notte degli scontri una giovane donna, l’Anna, scompare nel nulla, spalancando ferite e gettando ombre su una comunità che non sarà mai in grado di dimenticarla. Intorno all’Anna orbitano le vite del marito Tonino, pescatore di murene, della madre Pietra, maciara in contatto col soprannaturale, del padre Nino, ossessionato da un falò simile a una torre di Babele più che a un fuoco, e ancora del tormentato maresciallo Pompilio, violentemente innamorato di lei, e del comunista Ernesto, che con lei condivide i sogni di autonomia contadina. In una notte l’Anna viene inghiottita dal buio, mentre intorno alla protesta scoppiano incendi, e di lei non si saprà più nulla per dieci anni. Trascorso questo tempo, sarà il ritrovamento del suo anello a mettere in campo una nuova generazione e a farle ereditare, inconsapevole, i conflitti e le oscurità che aleggiavano sulla precedente.

Murene è il ritratto schietto e commosso, e tuttavia mai pietistico, di un Sud ancora devastato dalla guerra e saccheggiato dai meccanismi del latifondo. Antonucci racconta una terra in cui la miseria si incatena alla scaramanzia, i maciari scagliano e tolgono l’affascino, Pietra compie incantesimi con acqua e olio per venire a patti con la perdita di una figlia e divinare l’inaccettabile. In questo luogo di mezzo i fantasmi vagano tra i vivi e li infestano, si solidificano come superstizioni che si fanno sempre più vere all’imbrunire e si dissolvono ai primi raggi del mattino. Il momento storico stesso è una terra di nessuno che oscilla tra l’arcaico e il moderno: una fase non ancora stabilizzatasi in una forma precisa, che porta la ricerca di senso dei protagonisti a dondolare a propria volta tra la credenza popolare e la lotta politica. Ciascuno è ossessionato dai propri spettri, che siano il sogno di innalzare il falò più alto del mondo o una colpa mai perdonata, il desiderio di lasciarsi alle spalle una condizione familiare di cui si ha vergogna o la disperazione per una possibilità perduta. Questa possessione non impedisce però di inserirsi in una prospettiva più ampia, di non guardare solo alla bega del paese e posare gli occhi e i pensieri anche su una questione nazionale.

«Nessuno si era tirato indietro. La maggior parte di loro sapeva solo mettere una x sulla linea per firmare i documenti. Però per i sogni, per quelli era stato sufficiente ascoltare. E tutti si erano voluti informare, tutti avevano voluto capire».

Un tema fondamentale è senza dubbio quello dell’alfabetizzazione, punto di sutura ancora malfermo tra antico e moderno. L’Anna che con tenerezza insegna a leggere a scrivere al balbuziente Peppino sancisce così il suo ruolo di figura cardine, materna nel condurre il proprio credo. Non è un caso, infatti, che ciò che resta di lei siano due oggetti: un anello, simbolo della tradizione e del legame viscerale con le persone a lei care, e un quaderno di poesie, emblema tanto dello studio finalizzato all’arricchimento dell’anima quanto al progresso e alla possibilità di scelta e critica. L’enigma della scomparsa dell’Anna vuole forse essere il filo conduttore delle vicende, eppure non si mantiene sempre del tutto a fuoco, e a tratti sembra finire fagocitato dai drammi personali degli altri personaggi e dalle loro sottotrame. Lei stessa appare sfumata, figura fantasmatica ed evanescente, più simile a un ricordo che a una presenza effettiva, ancor prima di dileguarsi. Ne deriva l’impressione che l’Anna sia soprattutto un’idea, icona delle speranze mai raggiunte che nella notte dell’occupazione sono state spazzate via.

Il romanzo ha un montaggio corale, quasi un rincorrersi di voci di paese che ora sussurrano e ora urlano. La lingua incorpora e conserva le inflessioni dialettali senza perdere in chiarezza, ma, al contrario, localizzando con maggior precisione gli avvenimenti anche sul piano della conversazione. Il contrasto dell’italiano di Pompilio con il dialetto del padre criminale, ad esempio, rende ogni loro dialogo una rissa perpetua e sottolinea quella separazione persistente tra i palazzi e i campi.

Il ritmo procede veloce, merito anche della brevità dei capitoli, piccoli squarci su scene di volta in volta incentrate su un personaggio diverso, che dilatano e contraggono i tempi senza mai indugiare troppo. Emerge così un’incalzante composizione a mosaico: piuttosto che generare un’immagine precisa o fornirci soluzioni palesi sulla sorte dell’Anna però, Antonucci preferisce offrire una serie di tasselli e lasciare a chi legge il compito di incastrarli. Se poi un incastro sia possibile o meno, resta taciuto.

Le ultime parole di Murene spettano a Tonino, marito fedele prima e vedovo supposto poi, ma anche padre narratore di storie. È lui a portare l’acqua in un romanzo fatto di terra e di sangue. Nella paziente pesca della murena Tonino conserva un proprio spazio e cerca una pace difficile da ottenere sui terreni contesi. La storia si muove per quasi tutto il tempo nell’erba, nel fango e nelle coltivazioni, tra la polvere e il sudore della lotta contadina, eppure la dedica che l’autrice tributa ai genitori in apertura del romanzo recita «A mia madre e a mio padre, terra e acqua». L’elemento-mare è un osservatore distante, come distante è Tonino dalle rivendicazioni e le rivolte che mettono in subbuglio le persone a lui vicine. Antonucci lascia che sia l’acqua, immutabile e mansueta, a riportare tutto all’inizio, a guardare con distaccata sapienza le miserie umane.

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