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La militanza politica di Cyril Pedrosa l’ha portato ultimamente a pubblicare con Loïc Séchéresse un libricino di disegni dalle manifestazioni dei gilets jaunes (Carnets de manifs); a partecipare all’iniziativa di ritrarre uno per uno i deputati del Parlamento francese che hanno votato la contestatissima legge sulla “sicurezza globale”; a creare con Quentin Faucompré la serie di manifesti del Grand soulagement, nei quali si propone di rimpiazzare diversi personalità ed elementi culturali (es. Marine Le Pen o il capitalismo) con nuove, virtuose abitudini (es. la polenta o una buona pennichella).




A fronte di questa produzione, l’estetica della sua ultima storia a fumetti potrebbe dare di primo acchito l’impressione di una fuga: L’età dell’oro – scritto con Roxanne Moreil e pubblicato in Italia da Bao Publishing – appare sin dalla copertina come un racconto fantastico dalle atmosfere medievaleggianti. Questo fumetto, tuttavia, è in realtà una storia corale e militante, al punto che la mostra in cui se ne espongono le tavole organizzata ad Amiens ha per titolo: ‘un poema politico’. Del poema ha l’ossatura tradizionale: nel primo tomo troviamo il viaggio, nel secondo l’assedio, il che equivale allo scheletro dell’epica d’età classica già sintetizzato da Virgilio. In un mondo di ingiustizie e prevaricazioni, il trono è vacante a causa del suicidio del re: avidi baroni cercano di mantenere i propri privilegi e un ministro malvagio, con la complicità della regina madre, riesce a spodestare Tilda, l’erede, pericolosa perché troppo sensibile alle sofferenze dei sudditi. Da qui parte la storia: Tilda fugge, la guerra si scatena, le rivolte infiammano. Diversi personaggi si alternano sulla scena, nobili e popolani, ma sono maschere i cui turbamenti psicologici sono svolti come tratti di superficie e spesso con grande rapidità; non si scava né col testo né col disegno, tutto resta nell’azione o in dialoghi spesso ideologici. È qui che entra in gioco l’elemento politico. A volte, infatti, sembra che siano delle idee a scontrarsi più che dei personaggi in carne ed ossa: c’è un personaggio che pensa che si debba procedere per riforme, un altro che vuole la rivoluzione, chi crede che l’unica possibilità rimasta sia nascondersi e isolarsi. Le vie sono incerte e il mondo nuovo tarda a nascere, ma è fuor di dubbio che il momento della resa dei conti è arrivato e che lo spettro che si aggira per questo mondo e alimenta lo spirito dell’utopia è un manoscritto ritrovato, intitolato a sua volta L’età dell’oro, in cui si racconta di una società di uguali, liberi e giusti.

Questo codice miniato smuove gli animi dei personaggi, li convince che un mondo migliore è stato possibile e dunque lo sarà ancora: il gioco di specchi tra il manoscritto e il fumetto, accumunati dallo stesso titolo e dallo stile antico, è trasparente. Chi porta avanti la storia è però Tilda, tragicamente divisa tra l’aspirazione alla giustizia e la brama di potere. A fronte di quanto raccontato della militanza di Pedrosa, il fatto che la protagonista sia l’erede al trono crea una simbologia che potrebbe stupire: perché un’eroina dal sangue blu, erede lineare di Marfisa e Clorinda, e non l’uomo qualunque di tolkieniana memoria? Perché prima di essere una favola sull’impegno quello di Pedrosa e Moreil è un atto di accusa contro il potere: in questo fumetto, qualsiasi autorità diventa un’istituzione che, come se fosse una maledizione, per sua stessa natura corrode l’animo di chi lo possiede.

Il discorso narrativo patisce questa densità concettuale, e lascia spesso la sensazione di una certa superficialità, sembra svolgere un ruolo ancillare rispetto all’ideologia, come scritto, ma viene riscattato dal disegno, virtuoso, capace di salvaguardare l’agilità attraverso un’ampia gamma di soluzioni e risultati spesso strabilianti. Le figure di Pedrosa, riconoscibilissime anche da lontano per una postura o un dettaglio, sono caratterizzate da contorni ondulati, a metà strada tra il segno rapido del racconto d’avventura e un tratto che nasconde l’idea di un’esistenza caratterizzata dalla fragilità. Questo stile, comune a tutte le sue opere, qui pare più condizionato che altrove dall’esperienza dell’autore come animatore per la Disney: è possibile notarne l’influenza nella sontuosità delle scene collettive e nel gusto insistito dell’autore per la vignetta-scenografia, dove i personaggi appaiono più volte su di uno sfondo di grandi dimensioni che va ad occupare un’intera striscia o tavola, a volte le due pagine affiancate; oppure nell’uso del colore: Pedrosa disegna e inchiostra sul foglio e poi, passato alla tavoletta grafica, dopo aver steso un colore di fondo ne applica un secondo, più luminoso, sulle parti ricoperte dalla china. Il risultato è un effetto di ricamo che evoca, abilmente, la tradizione degli arazzi: tutti gli elementi dello stile contribuiscono così a creare uno spazio narrativo leggero ed invitante che rende accessibile tutto il materiale nascosto all’interno della storia.

Il video è in francese, come molti dei materiali segnalati durante l’articolo, ma per apprezzare questa visita nell’atelier dell’autore e verificare quanto raccontato potrebbero bastare gli occhi.


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