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«È un altro libro “surrealistico” […]: idee e concetti navigano nell’assurdo, nel fantastico, nel favoloso, rasentando a volte i limiti dell’allucinazione. Si ha l’impressione di leggere attraverso una lente deformante».

Paola Masino venne denigrata e ostacolata dal fascismo, la sua opera manomessa. Certo non fu la sola signora della vita culturale del tempo molestata dalla politica dichiaratamente sessista del regime 1Le altrettanto poco ricordate Mura, che pure come Masino scrisse su «Le Grandi Firme» e anticipò desideri e bisogni di una donna nuova, e Alba de Céspedes, depositaria di confidenze per quasi mezzo secolo e promulgatrice di unʼindipendente identità femminile, attirarono le attenzioni indesiderate del Ministero della cultura popolare e della polizia. ma, come ricordato da Gambaro, 2Nella nota all’edizione Feltrinelli del 2019 di Nascita e morte della massaia, l’ultima del lavoro più celebre e celebrato di Masino. si limitò a essere «sbrigativamente rubricata entro le sfrangiate propaggini del filone fantastico dimorante ai piani alti del sistema letterario italiano degli anni Trenta». La «scribacchina» Masino, così schernita da un critico del regime, dovette comunque lasciare Roma, sua città d’adozione, per seguire il compagno espulso dal partito e iniziare con lui una sorta di lungo esilio; inoltre, fu proprio a causa del suo racconto Fame – crudo, duro come un tozzo di pane che spacca i denti e non sazia 3Da recuperare, nella splendida raccolta Colloquio di notte edita da Edizioni La Luna. – che la rivista «Le Grandi Firme» venne chiusa per diretto ordine di Benito Mussolini.

Una donna davvero troppo distante dagli ideali del partito, Masino: ironica e anticonformista, dalla conversazione vivace, travolgente; ineducata a un futuro da massaia ma coltissima; definita maschile, tutt’altro che un esempio della florida bellezza fascista. Anche il suo legame amoroso non fu conforme: seppure dedicatasi a un uomo, come ci si attendeva dal suo sesso, il rapporto restò non normato, senza figli e non sancito dal matrimonio. Proprio malgrado divenne infine padrona di casa, presa da pulizie e manie decorative, dalla gestione della servitù e dalle molte visite, ma restò sempre insofferente alle dinamiche di casalinga e inveì contro i «maschi maledetti» – come scrisse in una lettera alla famiglia – che, se pure vogliono dare credito alle donne, finiscono inevitabilmente con il mettere loro i bastoni tra le ruote.

Venne salvata dal fantasticare in più di un senso: dalle grinfie affamate ma miopi del regime, dal ruolo rifuggito e forzato di massaia. Il suo fu un immaginare precoce, assecondato dal padre che sotto dettatura appuntava le visioni di Masino bambina, e nutrito dalle arti e dalle molte letture: la Bibbia, dove allegoria e morte abbondano, e i testi della spiritualità orientale per vedere oltre il tangibile; la filosofia di Platone e il teatro dagli elisabettiani; i favolisti latini, francesi e tedeschi; i classici della narrativa dell’Ottocento. Un fantasticare naturale la cui originalità le verrà negata dalla critica, «liquidata come appendice del suo più prestigioso compagno»,4Ancora Gambaro alla nota biografia di Nascita e morte. una copiatura del realismo magico all’italiana di Massimo Bontempelli.

Eppure il fantastico di Masino è in massima misura quella «quintessenza della letteratura»5Nel saggio La letteratura fantastica del 1970, poi pubblicato in Italia da Garzanti. tratteggiata da Todorov: un’esitazione, un sospiro tra l’irreale-immaginario, l’inconscio o il sogno, e il reale inteso come l’insieme di esperienze comuni proprie di quel mondo sensibile ammantato di normalità. È unʼautentica voce, che si allontana dall’uso classico dei topoi – simili a un’eco di passi nei corridoi di un castello pericolante ma ancora accessibile – e dalla semplice dicotomia tra categorie. Fortemente letterario, il fantastico di Masino è sofisticato e cerebrale, indaga principalmente il femminile in conflitto con le definizioni imposte e il senso stesso della vita, l’ineluttabilità della morte.

Caratteristiche già esemplari in Racconto grosso e altri, sua seconda raccolta di ritorno in libreria grazie a Rina Edizioni, giovane casa editrice dedita al sotterraneo di autrici del nostro – italiano e internazionale – passato culturale. Un’antologia di storie scritte negli anni più floridi del Fascismo, alcune precedentemente edite su riviste e poi pubblicate in prima edizione da Valentino Bompiani nel 1941: “Paola Masino ritorna” riportava la fascetta del volume, dopo un’assenza dagli scaffali lunga quasi dieci anni.

La raccolta è anche un per usare un materico, inusuale aggettivo – grosso esempio proprio di quel fantastico novecentesco che si svilupperà in misura maggiore a partire dal secondo dopoguerra. Soprattutto, ne è un esempio estremamente personale, come ribadito dalla prefattrice Marinella Mascia Galateria in un recente intervento a La lingua batte, anche in virtù della scrittura «di una figuralità estrema»: Masino «scrive in maniera […] che non assomiglia a nessun altro, come questi racconti non assomigliano a nessun altri»; una scrittura immaginifica, di una ricca e preziosa sovrabbondanza, spesso quasi ridondante, che ha la meraviglia delle fiabe e a tratti un impianto teatrale, gli echi filosofici dei classici antichi e l’iconografia del sacro.

Nelle dieci storie di Racconto grosso personaggi non sempre straordinari vivono perlopiù eventi extra-ordinari, spesso di una drammaticità quasi veterotestamentaria; mentre creature inusuali, se non propriamente soprannaturali, si rapportano nella quotidianità con altre decisamente normali, fungendo da strumenti di osservazione e critica di una realtà che è più deformata di un sogno inquietante.

La penna di Masino è un terremoto, capace di sconquassare le fondamenta della cultura patriarcale, mandando a gambe per aria le strutture del decoro, della buona borghesia, demolendone l’apparentemente perfetto privato: moderna Pandora, resta una scrittrice mitologica che ancora oggi apre bauli pieni di squilibri e paure; scrosta le pareti da rassicuranti paesaggi e ritratti di famiglia, mostrando l’ipocrisia e la violenza che le ricoprono; rovescia i letti matrimoniali, più bare che nidi d’amore o origini della vita. E così inizia, letteralmente, Masino sin dal primo racconto, apparso alcuni anni addietro sulla rivista mensile di letteratura e critica «Circoli»: in Terremoto, figlio dell’indimenticata mattina del 1908 in cui una delle più forti scosse della storia sismica del XX secolo distrusse Messina, la morte inghiotte l’arroganza e la stessa esistenza degli abitanti di un paese ancora sopito. Gli ultimi ad avvertire la calamità sono gli adulti, così «privi di pensiero […] quando uno sconvolgimento» infine arriva; al contrario la percepiscono subito animali e bambini, le creature più libere, vicine a quel mondo naturale che non è innocenza ma assenza di impalcature e confini, propensione alla contaminazione, porosità di sensi e istinto. Sono infatti due giovani fratelli a restare lucidi e coraggiosi mentre attorno tutto crolla: «Stavano seri e consapevoli, forse i soli esseri che ancora pensassero di dover morire». La follia dei grandi è un’autodifesa contro lo scompaginamento dell’ordine da loro stessi costituito: gli adulti diventano «deserti gli uni agli altri» e se «si distraggono» con ultime confessioni accorate le ritrattano appena compreso d’essere salvi, per poi piangere «di commozione tanto si sentono bravi e pietosi al prossimo» mentre scavano sotto le macerie. Solo una donna pena genuinamente per qualcuno altro da sé: maledetta da una condizione – la maternità – che per Masino è una condanna fin dal tempo di Eva, soffre per i suoi due figli e si sente «responsabile del terremoto come d’una minestra mal cotta»; in mezzo alla distruzione solo lei «pensava in quel momento», mentre «il suo maschio, ancora accucciato a terra, cercava scampo».

La morte ritorna nel secondo racconto – e così in tutta la raccolta, memento mori per il lettore – nonostante l’apparentemente innocua vicenda, il viaggio di una brigata da Firenze a Roma a bordo dell’automobile della narratrice, tra canzonette, presagi oscuri e disquisizioni filosofiche. Viaggio con panorami sembra una raffinata pièce: del resto l’autrice, appena sedicenne, impressionò il futuro amico Luigi Pirandello grazie a un dramma con protagoniste sole donne; 6L’ancora inedito Le tre Marie.una fine cultrice del teatro per cui, chiaramente, era ben inteso che vivere è anche questo: indossare maschere e recitare.

E proprio l’influenza pirandelliana è evidente in Famiglia, già apparso su «Tempo», uno dei racconti più complessi e surrealisti della raccolta. All’interno di una storia di vicinato – i Pada occupano l’appartamento sopra quello del giovane narratore, che li incontra quando la sorella lo manda a chiedere in prestito del basilico: i misteriosi inquilini si riveleranno esseri eccezionali e di ciò, alla fine, sconteranno le conseguenze – Masino intreccia una Babele linguistica e letteraria – le origini di ogni Pada si ritrovano in opere differenti per nazionalità, tempo e genere – all’universalità del messaggio: la diversità, sottolineata dalla contaminazione propria del testo, è un fardello ma anche un’incredibile meraviglia.

Quello dell’autrice è insomma un surrealismo impegnato, che sì parte dalla fantasia e dai fantasmi interiori ma indaga un personale dalla forte valenza sociale, a cominciare dal tema dell’amicizia con il mostro-altro. La sua scrittura è una disubbidienza politica perché nega la visione della donna imperante al tempo, paragonata nei discorsi del Duce alla volubile massa: una creatura  da sottomettere alla volontà e alla forza del padre o del marito, che per natura governa all’interno della  casa.

E di famiglie, o più specificamente del rapporto madre-figli, Masino racconta nel fiabesco Latte e nel ferroso Figlio.

Nel primo, una madre rimasta sola con il suo bambino vive di sacrifici per non fargli mancare nulla, ma quando il figlio si è fatto uomo la giovane nuora glielo mette contro. Infine, persuaso a mandar via la pur mansueta e vecchia madre, il figlio ingrato le concede un orcio pieno di latte a risarcimento delle «poche gocce» ricevute da infante; con sua sorpresa, immerso su richiesta della vecchia un braccio nel vaso, il latte si muta in sangue: «Come potevo saperlo? A vederlo è latte, latte, latte soltanto» geme lʼuomo. La trasmutazione quasi di matrice biblica e gli elementi più simbolici della narrazione – l’orcio di latte e le «forbici d’argento in un astuccino di velluto rosso», l’unico dono del figlio una volta cresciuto alla madre – sono strumenti per raccontare la parabola triste della maternità, proprio come gli oggetti magici delle fiabe.

Figlio prosegue sulla scia del rosso: il colore del sangue che impregna tutta la vicenda, catena terribile e indissolubile. Rosso è anche il nome del feto quasi abortito dalla «madre giovanetta» del racconto, protagonista e antagonista della storia: poco più che abbozzo umano, Rosso ha desiderato comunque nascere ed esiste nel mondo con una forma sconvolta, tormentando  la propria  creatrice e la sua progenie – l’ordinario secondogenito frutto di una lecita unione. L’aborto, rimedio e ingiustizia, non è raccomandato né condannato da Masino, piuttosto è un diverso “oggetto magico” che permette di parlare di altri temi cari all’autrice, come il significato dell’esistenza e quello dell’identità, esplorato qui tramite il rapporto con il doppio.

Ancora di angoscia e bambini racconta Commissione urgente, particolarmente amato dalla legatissima de Céspedes e da altre amiche intellettuali quali Maria Bellonci e Anna Maria Ortese: un piccolo principe vive nel lusso, ma gli viene negato di sapere un certo «qualche cosa» che, per l’incredibile inafferrabilità, finisce per diventare quasi misteriosofico, tormentandolo sino al termine dei suoi giorni. Chiaro è, di nuovo, il tema dell’indagine esistenziale, la sete di conoscenza innata nell’essere umano – o in alcuni esseri umani, perlomeno nei più giovani. Torna anche l’omaggio letterario con i nomi Orazio e Polonio.

Unʼaltra tragedia, l’uccisione di alcuni bambini che giocavano a governativi e rivoluzionari, è una critica alle classi agiate e di potere e ai loro non-valori, rappresentati dagli adulti del racconto Rivoluzione: quella cerchia di privilegiati che, per citare la stessa Masino nell’autobiografia Io Massimo e gli altri, 7Pubblicata da Rusconi nel 1995, curata e introdotta da Maria Vittoria Vittori. si raduna nel bisogno di credere davvero «a quell’importanza e a quel privilegio» che sono loro concessi, finendo per «non vedere l’ingiustizia, la fallacità, la meschinità». Al contrario, ammette l’autrice che «veder chiaro» è sempre stato un suo grande difetto e proprio con l’ironia amara che la contraddistingue irride l’alta borghesia, la nobiltà, le forze armate, la casta degli artisti, i custodi della legge: tutti, ognuno a proprio modo, sono meschini e ridicoli, caricature delle loro stesse piccolezze, debolezze e mancanze.

È però l’allegoria, piuttosto che il simbolo, la figura retorica prediletta da Masino: personalissima e meno immediata come lo sono le visioni del sonno, concrete nel durante ma di una logica misteriosa quando la mente si sveglia, bisognose di un discernimento impegnato che colleghi significante e significato. Sono ben due i racconti, entrambi con travestite tracce autobiografiche, intitolati proprio all’allegoria: in entrambi l’amore sembra un sogno difficile, quasi un tabù insuperabile – come l’incesto, presente in Allegoria seconda – che impone spesso grandi sacrifici, quali l’esilio o la separazione, e quindi necessita di essere narrato con i toni del mito e del sacro.

Chiude e dà nome alla raccolta Racconto grosso, dramma di una crescita fatta di dubbi e cadute, quasi un’angosciosa autocreazione di Adamo, con il protagonista «rassegnato ormai al […] nuovo stato di uomo» che gli impedisce la comunione con il cavallo Atollo, l’unico essere che prima gli era vicino tanto fisicamente quanto negli istinti. Un racconto tra i più poetici, un’indagine sull’identità con un’interessantissima impronta antispecista –  del resto Masino adopera spesso animali e bambini per smascherare la viziata società umana, per denunciare la sua povertà di emozioni ed equità: «Servi per antichissima schiavitù neppure il sospetto appariva in noi che le nostre razze nascessero libere, che misti uomo e cavallo potessero partorire centauri e non schiavi e tiranni». La voce di Masino è unica nel panorama italiano, con una declinazione tutta personale di temi ed elementi non necessariamente originali – affrontati tanto dal compagno quanto, tra le altre amiche, da Ortese – e con una scrittura così stratificata da sembrare a tratti eccesso febbrile che coinvolge i sensi, da possessione letteraria. Le sue sono storie femminili, che sanno di cose notturne anche quando si svolgono alla luce brillante del sole o in casoni popolatissimi. Cose tenute per tradizione separate dal resto, più sussurrate che dette, e per questo divenute misteriose; «quanto vi accade acquista fervori sotterranei e dolenti», perché le donne sono «così pronte a corrompersi con la natura»: dall’accadere delle nascite, con le pance come calderoni di streghe, al colare del sangue mensile e di quello che solo le madri si ritrovano spesso a dover versare.

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