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Prima di addentrarci nella guerra in Ucraina, facciamo un piccolo passo indietro.

Nel 2020 una serie di proteste in Bielorussia mette in serio allarme il Cremlino: nel cortile di casa, come è sempre successo nella sua storia, ampie fasce di società civile ribollono. Il regime militare di Lukashenko rinsalda le fila dopo un lungo periodo di torpore, arresta, abusa, tortura. Tempo dopo, la Russia crea una crisi umanitaria lungo il confine bielorusso con la Polonia. I polacchi alzano il muro e tracciano definitivamente la famosa linea rossa, Mosca incassa e ringrazia.

Dopo neanche un anno, a seguito di violente proteste e scioperi per aumento di gas e generi alimentari, i russi entrano in Kazakistan, danno supporto logistico e difensivo alla polizia locale. In poco più di due settimane risolvono – «stabilizzano» – la questione. Un altro passo indietro: estate 2020, Lavrov negozia la tregua tra Armenia e Azerbaigian in due giorni. A Yerevan rivoltosi picchiano il presidente del Parlamento, gli azeri si riprendono parecchio territorio; meglio armati, meglio finanziati da un paese Nato, proprio lì nel Caucaso sconfinato e romantico. I realisti, gli addetti alla geopolitica, certificano l’arretramento russo di fronte alla potenza di fuoco turco-azera; gli ottimisti fanno leva sulla solita raffinatezza diplomatica di Lavrov, che oltre ad ottenere un veloce cessate il fuoco, piazza truppe in peacekeeping lungo i nuovi confini. 

Anni, secoli difficili per la Russia. Da sempre tutto è difficile per la Russia. E da sempre è in mobilitazione militare. Perché non ha scelta – unica maniera per difenderla, diceva Caterina II, era ampliarne i confini – e perché esige riconoscimento da potenza. Mosca non tiene, presto o tardi verrà invasa, bruciamo tutto e rinculiamo. Siamo troppo vicini all’Europa, cosa c’entriamo noi con loro, è come guardarsi allo specchio e scoprirsi deformati. Diamoci quindi all’Asia, allunghiamoci un po’ e ancora oltre. Ancora e ancora. Non funziona; il nemico è in Occidente, che ora contiene e poi un giorno, prima o poi, ci verrà a prendere.

Novembre 2021: Mosca ritiene persa l’Europa, occorre stringere i cordoni dello spazio post-sovietico, qualche azione che rimanga negli anni, di cui si ricorderanno tutti. Rende pubblica la proposta di negoziato con gli americani, irricevibile nei contenuti, inappropriato nel metodo. 150,000 uomini vengono ammassati al confine ucraino. L’intelligence americana, dichiarando al mondo l’imminente invasione, racconta che gli Stati Uniti non interverranno.

Da qui in poi la storia è nota. Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo entra in Ucraina. Da nord entra perlopiù via terra, in strada aperta e alla luce del sole; da sud contiene sul Mar Nero con unità navali e un sottomarino entrati attraverso il Bosforo; da est l’aviazione bombarda pesantemente tutta la fascia nord-orientale da Chernihiv a Sumy, fino a Kharkiv, per poi creare un corridoio con quelle repubbliche separatiste che da otto anni guerreggiano a bassa intensità contro l’esercito ucraino. Un’invasione via terra non si vedeva dalla guerra in Georgia del 2008. I russi occuparono parzialmente villaggi e cittadine, qualche colpo molto violento all’esercito georgiano, che indietreggiò in breve tempo. Creazione di zone cuscinetto, territori de facto indipendenti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud non riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma è alle guerre in Cecenia che dobbiamo guardare; le spoglie di un impero alle prese con le miserie di uno stato convenzionale appena sorto, che si gioca tutto, credibilità militare e internazionale. Un esercito allo sbando che inizialmente viene massacrato in più situazioni, solita storia dei russi che danno il meglio quando assediati e non da assedianti. Dopo l’Afghanistan, si riscoprono nuovamente deboli contro l’arte della guerriglia e la loro reazione sarà tragica.

Russi in Cecenia nella Prima Guerra, 1994-96

«Rispetto alle guerre in Cecenia, questa in Ucraina è di gran lunga più massimalista negli scopi», mi dice Jeremy Morris, esperto di Russia e Balcani, professore presso l’Aarhus University e autore di Everyday Post-Socialism, un saggio di sociologia marxista sulla vita nella Russia profonda dopo il crollo dell’Urss. «È forse più intima, vista la vicinanza culturale e linguistica tra russi e ucraini. Massimalista perché etnica: il Cremlino pensa di avere una missione più alta rispetto all’intervento in Cecenia. Pensano – sul serio – che l’Ucraina la stiano salvando. Sono revanscisti, neoimperialisti, noi lo sappiamo benissimo, ma loro? Se l’Ucraina è un errore sovietico, allora questo errore va risolto. Dal loro punto di vista quindi il territorio ucraino ha bisogno di tornare con le altre due Russie, una posizione che reputano “costruttiva”. Stanno solo stimolando un normale processo d’integrazione che naturalmente ignora la realtà storica dall’89 in poi, così come il legittimo principio di autodeterminazione».

Ricorrere a un principio etnico vuol dire appellarsi all’inevitabilità della violenza. Chiamarla «operazione militare» o «demilitarizzazione», espungendo dalla propaganda espressioni come «invasione» o «attacco», non ridimensiona in nessun modo un approccio militare.
«L’uso massiccio di artiglieria pesante», continua Morris «è comunque segno di debolezza, perché se da una parte sostieni che vuoi solo intervenire per smilitarizzare, dall’altra accetti tranquillamente vittime collaterali, quelle che volevi evitare il più possibile, almeno a parole».

Almeno a parole, sembrerebbe. I russi però sono entrati attraverso le strade principali, in lunghi convogli, segnalando da subito una presenza a terra di contenimento e controllo. Quasi a evidenziare il destino dell’operazione. Non vogliamo farvi del male, siamo qui perché dobbiamo. «Non avevo scelta», dirà più avanti lo stesso Putin. Epperò la lettura semantica pare solo una sciocchezza. Un’invasione vecchia maniera è l’evento più semplice da leggere. E di fronte alla forza bruta ci si organizza, specie se l’esercito dell’aggredito è poco abituato a una guerra frontale. Come dicevamo, riecco la guerriglia, a cui russi in Cecenia si abituarono dopo devastanti perdite. Altra faccenda anche l’intervento in Georgia. Sento sul punto Anton Barbashin, direttore editoriale di Riddle, uno dei think tank più completi e approfonditi sull’orso russo, con una lunghissima rosa di ricercatori indipendenti che scrivono da tutto il mondo.

«Georgia, Cecenia, l’invasione in Ucraina; sono tutte guerre molto diverse tra loro», sostiene. «Prima di tutto l’intensità dei bombardamenti. In Georgia i russi entrano e circondano villaggi e piccole città, evitando di bombardare massicciamente. Dopodiché, una volta assicurati i loro obiettivi, si ritirano subito. Al contrario, in Cecenia la Russia si stava giocando l’integrità territoriale: la posta in gioco forse era molto più alta rispetto al conflitto successivo in Georgia». E Kiev come Groznyj? Alcuni presagivano fin da subito un destino simile. «Groznyj fu rasa al suolo con una violenza aerea che non abbiamo ancora visto in Ucraina. A dirla tutta, penso che l’invasione di quest’anno sia paragonabile a quella afghana degli anni ’80. Differenti gli scopi, diverso anche il pretesto per invadere certo – la presenza di gruppi nazisti sul territorio non ha la diffusione raccontata dal Cremlino -, ma nella fatica tattica che i russi stanno riscontrando nell’andare via terra vedo una qualche continuità».

Russi in Georgia, 2008

Parlare di questioni militari, di artiglieria e carrarmati, di confini e bombardamenti, roba da Novecento, diceva la Merkel. Che si fa dalle nostre parti, che si è anche poco deterrenti? L’Europa rifiuta proprio la possibilità dell’ostilità militare . E quindi di colpo si torna alla guerra fredda. «Non ne siamo mai usciti in realtà», dice Morris «però qui l’argomento si fa globale, non allarghiamoci. Vorrei comunque sottolineare un aspetto: gli europei hanno sì rifiutato la guerra come possibilità in generale, ma non hanno mai offerto convintamente ai russi un percorso d’integrazione nel consesso europeo – a parte un malsano entusiasmo nell’assecondare le tendenze autoritarie di Eltsin negli anni ‘90. In fondo si è sempre pensato che i russi non fossero europei. Eccome se lo sono. Una posizione contraria a quest’assunto è sciovinistica e astorica». Torniamo sempre lì, gli rispondo, il gioco esistenziale russo oscillante tra occidentalismo e slavofilismo. «Guarda che solo alcuni intellettuali marginali immaginano un futuro russo senza Europa. Persino gli slavofili devono gran parte del loro pensiero al romanticismo europeo: la loro supposta unicità viene dritta dritta da lì, senza contare che l’antirazionalismo che propinano è materia religiosa prettamente europea».

Civiltà e geografia: in Europa rischiamo sempre di confondere i piani. Ma la differenza, secondo Barbashin, è che a Mosca si divide il mondo in naturali zone d’influenza. «Con questa invasione Putin vuole ridefinire il confine orientale europeo, spezzare di nuovo il continente. Rimettere in discussione le questioni statali della zona vuol dire non accettare l’ordine internazionale post ’91. Questo assetto, stando al Cremlino, non funziona perché non è naturale. In ultima analisi, il crollo dell’Unione Sovietica non è avvenuto secondo storia, ma secondo incidente».

Un incidente che la memoria storica di Putin forse non accetta del tutto. Ma la sua memoria storica non è la stessa della gente che governa. La pensa così anche Morris: «dobbiamo smettere di raccontare che Putin goda di largo consenso. I suoi sostenitori davvero sono una minoranza, significativa ovvio, ma comunque minoranza. Le persone lì sono materialiste e realistiche, marxisti strictu sensu. Pensano ai loro interessi, specialmente dopo la crescita economica successiva agli anni duemila. Quel decennio ha cambiato notevolmente i rapporti tra Putin e la società russa».

Russi in Afghanistan, 1988

La reductio ad putinum è cosa nota, probabilmente in parte anche necessaria, ovviamente più semplice. Da una parte ci raccontiamo che no, i russi non sono questi, basta conoscerne la letteratura – esercizio nobile, magari non esaustivo -, mentre dall’altra ci appigliamo all’elemento storico, quindi imperiale, per cui i russi sono ciò che sono da secoli e secoli, sbarazzandoci di sfumature e cambiamenti intercorsi negli ultimi trenta o quaranta anni, persino fingendo che a quelle latitudini una società civile non esista. «Esiste da tempo», mi racconta infatti Barbashin «ma viene puntualmente repressa. Rimane comunque difficile capire con certezza cosa pensano realmente i russi della guerra in Ucraina. Gli servirà tempo per capire davvero come la loro vita cambierà radicalmente rispetto a prima».

Un altro aspetto che non consideriamo con la dovuta attenzione è che nella società russa è ben avviato uno scontro generazionale che influisce direttamente sul modo di fruire il corso della guerra. «Dipende infatti anche da come la propaganda gestirà questo cambiamento» continua «quanto cioè sarà in grado di giustificare – e a quali fasce di popolazione – il sacrificio del singolo cittadino con la retorica antioccidentale. I russi di oggi perlopiù non vogliono essere annoiati dalle questioni politiche, sono generalmente scettici, non s’interessano di beghe interne o governative. Lo abbiamo visto durante questi anni con la campagna di vaccinazione: Putin spingeva per una vaccinazione di massa e ad oggi solo metà dei russi hanno seguito il governo. Tradurre con precisione la natura del consenso attorno a Putin è sempre stato molto rischioso, e ci ha portato diverse volte a conclusioni sbagliate».

«Parlare di lui, come hai detto, è molto semplice», sottolinea infine Morris. «Rimane una persona lontana dalla realtà, ma la sua logica imperiale è di facile lettura, seppur inaccettabile».
Per avere allora una prospettiva più larga, per sapere solo cosa ci aspetta, a chi o a cosa dobbiamo pensare? Barbashin sembra avere le idee chiare. «Mettiamola in questo modo: se la Russia non scende a compromessi con il trauma di aver perso per sempre quelle che erano zone d’influenza sovietica – la comunità internazionale difficilmente riconoscerà la Crimea, men che meno nuove porzioni di territorio – si ritroverà ben presto a essere una sorta di Corea del Nord ai confini dell’Europa. L’eredità più grande che sta lasciando Putin al suo paese in questo senso è un isolamento di lunga durata, e una sofferenza economica di cui i russi ancora faticano a rendersi conto».

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