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«Quando iniziano le trasmissioni elettromagnetiche la mia mano diventa calda e sento un formicolio che mi attraversa le dita e sale su per il braccio, le onde gamma salgono lungo i cavi fino alla stazione ricevente principale, sono una telestazione in collegamento diretto telepatico, un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale, colonnello dell’astronautica mineraria astrale e terrestre, mi chiamano, la mia mano è la mano della strega, la mano del destino».

In un universo in cui la Terra è ferma e tutti gli astri le «girano su una parte», da Forte Forestal il colonnello N.O.F.4 riceve importanti informazioni grazie alla sua mano dalla potenza magnetica. Loro lo hanno scelto proprio per questo e tutto il suo corpo, con un’operazione – «svuotamento della spina dorsale, aspirazione della sostanza midollare, installazione dei cavi riceventi, sostituzione del midollo con rame, meccanica in ferro e alluminio, piombo e nichel» –, è stato reso adatto alla miglior ricezione possibile nel Sistema Telepatico. Lui, il «santo con la cellula fotoelettrica», «l’uomo invisibile armato di fibbia catodica», ha il compito di registrare tutte le eterogenee notizie che arrivano e che riguardano, variamente, la formazione dei secoli, la genealogia della sua famiglia lontana, il sistema celeste, nozioni anatomiche, strambi individui, lanci missilistici o la propagazione delle onde elettromagnetiche. Poiché le informazioni sono continue e veloci e la testa gli si riempie di parole fino a scoppiare, il colonnello deve trascrivere ogni cosa, così da fare spazio a nuovi messaggi da tramandare all’umanità che lo circonda, fatta di uomini nati «sotto un segno astrale composto da un minerale e una figura geometrica» e «discendenti dai topi», come è facile capire dal loro «naso a y». Quando di notte le trasmissioni cessano, arrivano le ombre. Nere, spaventose, circondano tutto col loro silenzio e possono materializzarsi concretamente alla loro seconda comparsa, così come fanno anche i fantasmi.

Questa è una storia vera. Vera almeno per Oreste Fernando Nannetti, che per quindici anni ha inciso incessantemente il muro del padiglione Ferri dell’ospedale psichiatrico di Volterra, servendosi della fibbia del panciotto della sua divisa da internato e diventando, suo malgrado, uno dei maggiori esponenti dell’Art Brut del Novecento italiano. Paolo Miorandi, psicoterapeuta e scrittore, ne restituisce la vicenda – o meglio la immagina, come egli stesso precisa – in Nannetti. La polvere delle parole, un libro, fra le ultime uscite della casa editrice Exòrma, che nasce dalla visita dell’autore all’ex ospedale della cittadina toscana e unisce alla narrazione una riflessione sulla natura dei manicomi, prima e dopo la Legge Basaglia.

Di Nannetti si sa poco, perché la sua cartella clinica è andata perduta ed eventuali altri fascicoli su di lui – al pari di quelli di tutti gli altri matti – forse ormai non sono che carta illeggibile, abbandonata all’opera dell’umidità fra resti di edifici deserti. Neanche all’epoca le informazioni erano molte: nato a Roma, Oreste Fernando non conobbe mai suo padre e passò l’infanzia fra orfanotrofi e istituti, finché non venne ricoverato all’ospedale Forlanini per un problema alla schiena; denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ma assolto per vizio di mente, venne internato all’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà. A Volterra arrivò in seguito, nel 1959, e vi restò anche dopo la chiusura dei manicomi, fino alla morte nel 1994. Degli anni che seguirono la reclusione sappiamo che continuò a scrivere e che, grazie al suo graffito, raggiunse anche una certa celebrità, tanto che molti lo cercarono per acquistare i disegni a biro nera che produsse nell’ultima parte della sua vita – circa milleseicento, molti dei quali andati distrutti – e che non fu mai disposto a dare via, se non in forma di fotocopia e in cambio di sigarette, penne o altra carta.

Nannetti era «una di quelle cose per cui non c’è posto al mondo». Era completamente solo e fu condannato a una vita inesistente e irreale, non soltanto a causa degli incastri della sua mente, ma soprattutto per la condizione alienata da cui non gli fu mai concesso di provare a uscire, passando da istituto a istituto. A Volterra nessuno lo andò mai a trovare né chiese di lui, e se qualcosa della sua vita disgraziata è giunta fino a noi la si deve ad Aldo Trafeli, un ex infermiere che lo osservò incidere il muro del Ferri giorno dopo giorno. Aldo divenne l’unico possibile traduttore del suo diario di pietra, perché l’impegno con cui Nannetti assolveva la sua missione e la precisione che metteva nel tracciare i perimetri delle pagine, prima di riempirle con caratteri aguzzi e privi di curve, lo avevano incuriosito al punto di volersi far spiegare di cosa si trattasse. Lui, un infermiere, aveva così chiesto a un matto il significato delle sue azioni e delle sue parole: un gesto più unico che raro nella storia dei manicomi. E il matto gli aveva risposto, a modo suo.

In Nannetti, Miorandi dà forma con tenerezza alla fragilità di un uomo che non dava noia a nessuno e non sapeva riconoscere sé stesso in una foto, che chiamava i giorni della settimana con il nome del pasto che gli sarebbe stato servito a mensa e aveva paura del buio e del silenzio. Ne restituisce i pensieri frenetici con una scrittura che li ricalca, intrecciandoli con i ricordi di Aldo e con i propri, e articolando la narrazione su tre livelli temporali diversi, ma indistinti. Questo flusso di parole e di voci, che sembrano crollare l’una sull’altra – come crolla l’intonaco del muro; come precipitano gli organi di N.O.F.4 in un buco al centro del suo corpo quando arrivano le ombre – trova intervallo solo quando l’autore racconta del suo ritorno a Volterra insieme al fotografo Francesco Pernigo, nel 2021. Qui il tono cambia e si adegua alla riflessione sull’orrore dei manicomi, vere e proprie città fornite di tutto – compresa una zecca per la fabbricazione dei soldi dei matti, necessari ai traffici interni agli istituti –, ma prive di qualunque libertà. Ancora oggi, attraversando gli scheletri di quegli edifici, si prova una sensazione di disagio e si avverte forte la volontà di cancellazione, suggerita dallo stesso abbandono dei luoghi, ma già insita nella loro originaria funzione di accoglienza per tutti coloro che un tempo venivano considerati scomodi, «donne e uomini che, come recitava la sentenza che ne sanciva l’internamento, costituivano un pericolo per sé e per gli altri o erano di pubblico scandalo». È forse per un intrinseco meccanismo di contrasto a quella violenza subita che molti internati cercarono di lasciare una loro traccia, pur non consapevoli di quanto stessero facendo. Il graffito di Nannetti si inserisce infatti all’interno di una lunga serie di scritti e disegni di matti illustri – nel libro sono citati Adolf Wölfli, Aby Warburg, Daniel Paul Schreber e Robert Walser1 A Robert Walser Miorandi ha dedicato anche un altro volume, sempre edito per Exòrma: Verso il bianco (2019). – che lo stesso Freud avrebbe indicato come tentativi di guarigione e non come «il prodotto della malattia». Sulla sua scia, Miorandi continua e spiega: «È un lavoro che non compete soltanto ai pazzi. Si tratta di provare a rimettere insieme i pezzi di un mondo dove poter abitare quando il mondo di prima è andato in frantumi e l’angoscia della dispersione si fa insopportabile, e di coprire con un panneggio di parole il buco che si è formato al centro del nostro essere». La scrittura diventa quindi uno strumento, la valvola inconscia attraverso cui la mente scomposta tenta di riequilibrarsi in qualcosa di concreto e di farsi spazio in un mondo che non la accetta, perché diversa – e quindi malata.

Degli iniziali centottanta metri dell’opera muraria di Nannetti ne restano ormai intatti solo un paio. Ne sono stati prelevati dei pezzi perché non andassero incontro all’erosione del tempo: il primo nel 2014, presentato al pubblico nella Galleria delle Logge comunali e ora conservato al Museo Lombroso di Volterra; il secondo, non ancora esposto, nel 2020, grazie alle rendite delle visite guidate dell’associazione Inclusione Graffio e Parola. Prima di Miorandi, già nel 1985, Mino Trafeli aveva curato un volume sul graffito del Ferri, con foto di Pier Nello Manoni e la collaborazione di Aldo Trafeli. Pare che vedendolo il commento di Nannetti sia stato: «Vaffanculo […] questo è un falso, quello vero è lassù».


Fotografie © Francesco Pernigo. Per gentile concessione.

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