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Finalmente un romanzo italiano che gioca fino in fondo la partita con il linguaggio e con i registri. Finalmente un romanzo italiano che non teme di essere indefinibile, anche. C’è una certa piattezza, a detta di tutti, nella narrativa, e il problema non è solo italiano – semplicemente, si fa un filino più vistoso nell’anno del centenario dell’Ulisse di James Joyce. Muovendosi contronda a una certa tendenza a rinchiudersi in interni psicologicamente prevedibili, sempre più castrante nel romanzo italiano – come se non bastasse già il cinema in rigorosi interno giorno –, lo scrittore e sceneggiatore Giordano Meacci realizza con Cittadino Cane (Industria & Letteratura, 2022)una ghignante gemma, che alla narrazione in senso canonico preferisce lo sperimentalismo della lingua e del percorso.

«C’è un desiderio inespresso di paradiso che lo rende ridicolo»: Cittadino Cane è cosparso di espressioni e incisi di questo tenore. Traccia fulmineamente, immaginandolo a poche ore da una diagnosi di infausta , i ricordi sparsi della vita di un immaginario Carlo Cane, nato nel ’69 e destinato a morire nel 2059, «politico e imprenditore italiano». Il suo percorso biografico, illustrato da una finta voce Treccani, intreccia riferimenti storici relativi alla riformulazione della Destra italiana negli anni Novanta, a fantasmagorie di un futuro prossimo e ancora più paradossale. Dopo aver appreso tutto sommato pacificamente di essere prossimo alla morte, Cane si mette a ripercorrere la sua vita, sempre sospesa in un instabile equilibrio tra intraprendenza e ottusità. Non contento, vorrebbe anche modificare un po’ il suo passato, noncurante persino delle oggettività di cui trasudano le foto. In un vecchio scatto che lo ritrae da piccolo accanto ai genitori c’è un quarto uomo sconosciuto: ecco, a ripensarci adesso Cane vorrebbe al suo posto «una presenza riscritta» – ed è in espressioni come questa che la prosa di Meacci sembra incunearsi verso Roland Barthes. Ma il momento più folgorante di tutto il libro è l’immaginario incontro tra l’«onorevole Cane» e un novantenne Silvio Berlusconi, presidente della Repubblica nel 2026 e da sempre considerato un mentore dal protagonista.

«“Avreitantovolutoessereamato”, gli rivela Berlusconi». In questa confessione, come sin dal titolo, s’impone in sottofondo il respiro del wellesiano Citizen Kane, noto in Italia come Quarto Potere. Salvo poi una rettifica: «Io intendo Amato. Giuliano, Amato…». L’indagine parodistica del berlusconismo come stato mentale sembra essere uno degli obiettivi di fondo del romanzo-non-romanzo, eppure in esso trova spazio anche un ritratto irriverente di Putin. «Ha sempre quest’atteggiamento da maschio che deve farsi perdonare la poca credibilità del fisico», fa dire Meacci in un passaggio verosimilmente scritto già prima che ci fossero le avvisaglie del conflitto ucraino ora in corso. «Mi spiego: è come si fosse convinto, negli anni, di essere un adone, ma secondo un’estetica russa ottocentesca riscritta». Ecco ancora le tracce della riscrittura, un fantasma stilistico che gocciola lungo tutto il romanzo  e che ritorna del resto anche nell’incontro immaginario con un senilissimo Berlusconi, al quale Carlo Cane fa una confessione inaspettata.

Al termine del loro colloquio testamentario, Carlo Cane parla a Silvio Berlusconi della sua ossessione, fin da bambino, per le «parole morte», vale a dire le parole dei romanzi, oppure «le frasi che dicono gli attori in un film», ma anche «i filmati di repertorio». L’aspetto egizio della scrittura, quell’imbalsamazione denunciata già da un inaspettato San Paolo. «“Io ho paura delle parole morte. Quelle fisse, quelle… decise per sempre. Ecco. Ma…” Berlusconi lo guarda finalmente con interesse. “Ma soprattutto ho paura che rileggendole, risentendole… Cambino”».

In questo passaggio, Cittadino Cane di Giordano Meacci sembra scoprire le sue carte, lasciando intravedere il fondo febbrile da cui si diparte tutta la scrittura del testo. Il libro sembra concepito per essere letto tutto d’un fiato, e non potrebbe essere diversamente, con la sua brevità e la sua concisione forsennata. Alla paura del protagonista che le parole «cambino» fa da contraltare nella prosa cangiante e veloce dell’autore – «se fossero le parole a cambiare quando non le guardiamo?». Questo sospetto atroce ha un’ulteriore rifrazione nel ruolo che, all’interno delle logiche del romanzo, brevemente vi gioca la stampa. «I giornali non esistono. I giornalisti non esistono. Esistono le notizie». Risuona in queste parole il detto, attribuito da Carmelo Bene a Jacques Derrida, secondo cui «la stampa non informa sui fatti, informa i fatti» – e sia il Derrida beniano sia il Meacci tatcherizzato risuonano quantomai attuali in questo tempo di crisi dell’informazione che la guerra in Ucraina non ha fatto altro che accentuare, nonostante il passaggio del libro risulti ambientato in un lontano 2041.

Una convergenza rivelatoria. Nel 1999, Giordano Meacci aveva dato alle stampe Improvviso il Novecento, quel suo saggio sul «Pasolini professore» recentemente ristampato in occasione del fin troppo chiacchierato centenario. Ecco, di Pasolini Cittadino Cane è un figlio illegittimo ma benedetto– tanto più che il nome “Carlo Cane” sembra riverberare quello, cangiante e bipartito, di Carlo di Polis / Carlo di Tetis, il protagonista del pandorico Petrolio. Dietro al Welles di Citizen Kane, l’ultimo P.P.P. – a sommare i due nomi ci ritroveremmo dalle parti della Ricotta, il meta-corto pasoliniano in cui Welles interpretava un regista, vale a dire Pasolini stesso. Anche nella descrizione che Meacci fa della mentalità del protagonista Carlo e anche di quella di suo padre, se vogliamo si può sentire l’eco di uno dei passaggi più felici di Teorema romanzo: riferendosi al padre di famiglia, interpretato nell’omonimo film da un urlante Massimo Girotti, P.P.P. scriveva che «egli ha sempre, da tutta la vita (per nascita e per censo) posseduto; non gli è balenato neanche mai per un istante il sospetto di non possedere».

Entrato nella tradizione occidentale con Dracula, è con Petrolio che un autentico gusto per il collagesi è introdotto nella tradizione letteraria nostrana: lo stile di narrazione adottato da Meacci – che mescola passaggi narrativi in prima persona a una «scheda provvisoria dell’Enciclopedia Treccani» ad articoli di giornali e appunti per un libro work in progress – potrebbe essere uno dei migliori omaggi tributati a Pasolini in questo ridondante 2022. Se non fosse che Cittadino Cane testimonia – al di là di ogni riferimento a P.P.P., a Orson Welles o a Roland Barthes che vi si possa trovare – prima di ogni altra cosa un’irriducibile originalità stilistica e immaginativa: la sua parodia seghettata del percorso di fin troppi politici-imprenditori made in Italy vale allora come prova di talento. Cosa ancora più importante, Cittadino Cane vale anche come pegno dell’esistenza di molte altre strade al di fuori dell’autofiction in cui fin troppo spesso il romanzo italiano di oggi sguazza e annega.

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