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Ve la ricordate l’estate in cui avete perso l’innocenza? Io, che pensavo di averla dimenticata, la ritrovo nella disillusione e nella rabbia di Ore perse, di Caterina Saviane, un libro sul dolore che scaturisce dall’incontro con la realtà; perché non è mai un incontro gioioso, quanto piuttosto uno scontro brutale e crudele, in cui perdiamo sempre qualcosa. Quando l’adolescenza scema nell’età adulta e si scontra con il mondo, con la società, con gli adulti, con la politica. E viene da chiedersi perché questo momento arriva sempre d’estate.

«Chissà perché non sono accalappiata dalla beata immagine che ho sempre avuto dell’estate, anzi ne sono respinta come una palla da tennis, e so già che, questa volta, qualcosa è destinato a cambiare».

Il testo, che le chiavi di lettura contemporanee ci permettono di inserire nel filone dell’autofiction, racchiude in poche e dense pagine le riflessioni di un’adolescente che osserva il mondo. Uno scontro che non risparmia nessuno e in cui cadono le certezze e le ingenuità dell’infanzia. Le prime sono gli adulti che, persa l’aura di perfezione con cui da piccoli guardiamo i nostri genitori, appaiono in tutta la loro fragilità. Caterina li descrive con ironia lucida e dissacrante, insofferente e a tratti crudele, come solo gli adolescenti sanno essere. E così che gli adulti sono morti, imbrigliati nelle convenzioni sociali, persi nella spocchia liberale e borghese.

«I crisantemi non pensano, pensano di pensare, ma in realtà si censurano. La loro più grande preoccupazione, in questo momento, è quella di esaminarci, ci fanno il check-up solo con gli occhi, senza il cervello, per eliminarci tutto d’un colpo dalla vita, per sempre».

Lo scontro generazionale emerge con forza quando i giovani, invece, in questo mare di morti sono «rose in mezzo ai crisantemi», vitali, ma che tuttavia devono fare i conti con quanto la generazione precedente gli ha tolto. I genitori «passano il loro tempo a ipotecare la nostra catastrofe» in un futuro prossimo in cui la sacralità della vita ha perso il suo significato e l’ombra della sciagura è dietro l’angolo, pronta a fagocitare la vita di tutti. I giovani, quindi, sono già condannati.

Ma è soprattutto nei rapporti con gli amici che scaturisce la ribellione di Caterina alla perdita. Sono rapporti che la protagonista vorrebbe trattenere, con la consapevolezza, però, che lo sforzo è superfluo e che prima o poi dovrà lasciare andare. Gli attimi e i momenti sono già passati e così i nostri amici, che abbiamo sempre considerato un’estensione organica di noi stessi ci appaiono separati da noi, entità complete, autonome, chiuse in se stesse e irraggiungibili. Ed è qui che aumenta quel sentimento di non essere capiti, che in realtà ogni adolescente vive e affronta a modo suo, e Caterina si arrabbia, critica e compatisce le persone che la circondano. Con un affetto carico di disincanto.

«Mangiamo sulla spiaggia, ci accoltelliamo quasi per un pezzo di pane in più, ma è tutta finta la nostra fame così come la socialità. Sento che li sto perdendo tutti. Forse li ho già perduti da tanto tempo e non ne sono ancora accorta».

«Per combinazione ci si incontra, ognuno è legato agli altri per un filo invisibile, eppure sempre solo, sempre in compagnia. Poi si dimentica tutto, il ricordo si scompone, si dissolve, e si comincia a cercare altri ricordi».

Le pagine del romanzo trasudano un desiderio di autenticità, un’incontenibile fame d’amore e connessioni significative e la voglia quasi fisiologica di ogni adolescente di allargare le braccia e afferrare e trattenere tutto; la famiglia, gli amici, gli attimi e la città stessa che sono distanti e sfuggenti e che lo scorrere inesorabile del tempo e della vita porterà via.

«E ho la sensazione di stare calpestando istante dopo istante, questo frettoloso periodo, di aver perso tutto. Per un attimo sono paralizzata dal terrore. Lo sguardo, i sensi, i muscoli, rimangono sospesi nel tempo».

L’autrice, infatti, ci offre un’immagine disillusa dei rapporti umani, scevra di poetica e sentimentalismo. Gli affetti sono capaci di lasciarti libera, ma il più delle volte ti imbrigliano, ti fanno prigioniera, un po’ come succede all’amico Francesco, la cui nonna «gli ha sempre dato la carne due volte al giorno, ma poca libertà e indipendenza».

L’amore arriva sempre con un prezzo da pagare, ovvero la rinuncia a parte della tua libertà. L’amore è violenza e rinuncia. Chi scrive, lo fa da un luogo di consapevolezza in cui gli eventi del Sessantotto e delle lotte femministe hanno tracciato la strada della liberazione, una liberazione di cui i suoi compagni riempiono i discorsi attorno a un tavolo, ma che non fanno propria nelle azioni del quotidiano.

«Smettetela di ruminare slogan rimasticati. Solo ora è il momento di fare la rivoluzione […] è inutile essere favorevole all’aborto se in casa non si lavano i piatti. […] Il passato serve al presente non per continuare ad andare indietro, ma per spianare un futuro senza ostacoli di errori già fatti. Lavate i piatti, coglioni di rivoluzionari».

Seppur giovanissima, Caterina Saviane non produce la scrittura immatura che ci aspetteremmo. E forse la forza di questo romanzo è racchiusa proprio nella purezza di una voce che non ci viene proposta tramite il filtro dell’età adulta, dallo sguardo lontano di chi l’adolescenza la racconta, ma l’ha ormai vissuta da un pezzo. Per questo la scrittura di Saviane è scarna e cruda, capace di una forza poetica che solo la naturalezza di una penna così giovane può regalarci, un’estrema padronanza della lingua che risulta in una liricità senza fronzoli.

«No, non facciamolo più. E intanto occupo la tua aria con le parole e ti sento inaridire sempre più, come una foglia al sole, ti sento nudo di qualsiasi idea, di qualsiasi risposta».

Ore perse e la sua autrice si inseriscono nel panorama delle voci femminili italiane da scoprire e riscoprire; un lavoro prezioso che Rina edizioni – che ha lavorato su questa prima riedizione dopo cinquant’anni – porta avanti ormai da tempo, senza la quale una voce così potente e contemporanea non avrebbe più incontrato i lettori. Dopo questo romanzo, Caterina Saviane non scriverà più nulla in prosa e, se da un lato resta il rammarico di una voce che si è persa troppo presto – l’autrice muore a soli 31 anni nel 1991- probabilmente la bellezza di questo romanzo si cristallizza nel suo essere un pezzo unico e irripetibile sull’inquietudine e l’irrequietezza femminile. Una protagonista che è un po’ eroina Austeniana un po’ Simone De Beauvoir di Memorie di una ragazza perbene, ma che è in ogni caso attualissima, perché in qualche modo siamo state o siamo ancora anche noi Caterina, nervosa e furibonda, che attraversa Roma con disincanto. Che ci parla da lontano, ma che, tra le pagine, sentiamo vicinissima, con le stesse inquietudini e le stesse domande che, a sedici come a trent’anni, ci facciamo ancora.

«Perché tutti, in fondo, abbiamo paura di due cose sole: il fascismo e l’amore».

In fondo è proprio così, anche dopo cinquant’anni, oggi più che mai.

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