Il levitatore: intervista a Adrián N. Bravi

Il catalogo della casa editrice Quodlibet vanta una delle più belle collane di narrativa italiana: si chiama Compagnia Extra, è curata da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon e ha pubblicato quest’anno Il levitatore, di Adrián Bravi, che ci ha già abituato a romanzi ironici, strani, come strane e stupendamente sghembe sono le narrazioni di Compagnia Extra. Di seguito alcune domande all’autore.

Da dove deriva, Adrián, questa ironia, questa leggerezza? Dal fatto d’essere nato in un certo luogo (l’Argentina anfibia, il delta del Paraná)? Uno diventa lirico perché è nato in mezzo agli ulivi e narrativamente terragno perché i campi in cui è cresciuto sono coltivati a carote? Ti ha formato in un certo modo la letteratura della tua terra, una specie di viveza, ti hanno coltivato gli autori che hai letto, come Roberto Arlt, ma anche altri meno ironici e più malinconici, come Haroldo Conti? Una ironia gaucesca, ti ha penetrato, e non te la sei mai tolta di dosso, come una pelle, anche se il vestito è quello della lingua italiana?

Per fortuna non so bene come nascono certe dinamiche interiori. Un giorno leggi un passaggio di un libro o guardi una foto o un film e scopri la necessità di raccontare qualcosa che avevi nascosta da qualche parte. Poi, se quello che scaturisce fa parte di un immaginario più o meno comune, non lo so. Sicuramente c’è qualcosa che determina il nostro modo di narrare. Così come ci sono strutture della lingua, credo che ci siano anche strutture narrative che usiamo senza pensarci e senza sapere bene come funzionano. Sono nato in un posto un po’ surreale, vicino al fiume Luján, di fronte al delta del Paraná, e casa mia si allagava sempre per via delle inondazioni. Non so se questo fatto abbia determinato qualcosa. Per me la leggerezza e l’ironia di cui parli non costituiscono una ricerca particolare, semplicemente fanno parte di un modo di pormi di fronte alla scrittura, nel senso che non saprei fare diversamente. Certo, per alcuni aspetti siamo quello che leggiamo e io da giovane mi sono imbevuto di letteratura rioplatense (posso chiamarla così per non lasciare fuori gli autori uruguaiani?). Da una parte la letteratura rioplatense ci ha fatto capire che un fatto banale e quotidiano poteva trasformarsi nel preambolo dell’irruzione di un mondo fantastico; d’altra parte, ci ha portato a considerare le trasformazioni sociali e lo spazio urbano (penso a Roberto Arlt, a Rodolfo Walsh o a Haroldo Conti). La narrativa, in un modo o nell’altro, è sempre uno spazio di sperimentazione e io cerco di planare sulle cose dall’alto, per non avere macigni sul cuore, come vuole Calvino.

E ora Il levitatore. E cioè la storia di Anteo, semplice, disoccupato, quarantenne, con un po’ di risparmi messi assieme dai suoi, che se ne sono andati, e vivente in casa, con la cagnetta, che ci racconta la vita dal momento in cui un giorno ha iniziato ad alzarsi nell’aria. Senza miracolo, senza spettacolo, o se c’è si tratta di uno spettacolo privato che Anteo non vuol condividere. Egli si alza, nell’aria, stando attento a riscendere lentamente. Perché il punto è questo: non alzarsi solo come lievita il pane, ma saper ridiscendere coi piedi per terra. Com’è nata questa storia? In parte hai risposto poco sopra, ma forse stavolta c’è dell’altro. E leggendo Il levitatore uno se lo chiede. Chissà se anche Bravi da bambino sognava di volare, quei sogni in cui ti sentivi braccato da nemici, più forti, in tanti, o anche uno solo, e scappare non serviva, il nemico ti stava per raggiungere. Dalle sue mani il nemico – lo sentivi – brandiva spade. È per questo che Anteo non levita alto (di solito lo fa in casa e il soffitto glielo impedirebbe comunque), perché c’è qualcosa di legato a un pericolo terragno o sotterraneo?

I levitatori mi hanno sempre affascinato. Penso che affascinavano anche John Fante che all’inizio degli anni ’60 scrisse la sceneggiatura di un film sulla vita e la levitazione di Giuseppe da Copertino (il frate asino, come lo chiamavano alcuni, o l’idiota, perché lo ritenevano stolido di mente – aveva spesso degli stordimenti visionari), The Reluctant Saint. Ma quando ho visto l’inizio, proprio la prima scena, del film Birdman, diretto da Alejandro González Iñárritu, ho pensato che mi sarebbe piaciuto inserire nella galleria dei miei personaggi un levitatore. In quella scena di Birdman c’è uno splendido Michael Keaton che si trova in stato di levitazione a mezzo metro d’altezza, davanti a una finestra. Lo vediamo di spalle, taciturno, una spalla più alta dell’altra; fa dei piccoli movimenti, quasi impercettibili, dovuti alla sospensione. Poi, una voce interiore recita:«Come siamo finiti qui? Questo posto è orribile, puzza di palle sudate, non possiamo vivere in questo buco di merda». All’improvviso, c’è la suoneria di skype, lui si divincola un po’ ancora in aria, scende e va a rispondere. Ecco, quella scena lì, del tutto normale, come se fosse un semplice esercizio meditativo, mi ha fatto riflettere molto. Anteo non è un ambizioso o uno che si mette in scena. A lui bastano quei cinque o dieci centimetri canonici per farsi la sua levitatina in santa pace, senza dare fastidio a nessuno.

Non solo dal punto di vista scientifico; che differenza c’è tra levitare e volare?

Be’, il volo è insito nella natura “uccellesca”, sfrutta le correnti ascensionali con le ali e lo direziona con la coda, che è una specie di timone. Serve a spostarsi e tracciare lo spazio. Invece, una delle cose che caratterizza la levitazione è l’immobilità. Lo sapevano Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Maria Maddalena de’ Pazzi, Filippo Neri, Giuseppe da Copertino, ecc. In questi casi è evidente che c’è un intervento soprannaturale (si tratta di corpi gloriosi che anticipano la loro ascesa in qualche regno divino – certe volte c’è pure un intervento diabolico). Ma ci sono anche persone che senza nessuna santità sono riusciti a tirarsi su lo stesso, sfidando e alterando le leggi della gravità. In genere sono casi particolari di psicocinesi, da considerarsi come fenomeni che rientrano nell’ordine fisico e meccanico della materia. Per esempio, lo spiritista scozzese Dunglas Home, nato nel 1833 e morto nel 1886. Dicono che ha fatto un centinaio di auto-elevazioni in presenza di testimoni, anche da diverse altezze. Anche Eusapia Palladino, nata Minervino Murge nel 1854 e morta a Napoli nel 1918, spiritista e medium, molto celebre durante i suoi anni di attività, in genere era una che preferiva levitare al buio per non essere vista. L’uccello, però, non ha nulla da imparare, tutto si compie nella sua natura volatile. Non ha neanche bisogno di essere capito, come i levitatori che nutrono una perenne insoddisfazione, perché non riescono a sgravitarsi come vorrebbero. Si lamentano sempre.

Poi a un certo punto a sconvolgere le giornate ordinate e semplici del levitatore arriva la burocrazia, o chiamiamola la giustizia. Non posso chiederti molto, ma puoi forse raccontarci come quello che dovrebbe essere l’affetto di una moglie (anche se ormai è ex) casca invece sull’esistenza di Anteo, che per ripararsi dovrebbe levitare con un ombrello speciale.

Capita spesso. Quando meno te l’aspetti arriva qualcuno “que te pincha el globo” o ti buca il pallone. Ad Anteo è capitato proprio questo, nel più bello un giorno arriva un postino e gli consegna una di quelle buste verdi pastello, che uno non vorrebbe mai avere tra le mani, con una denuncia dentro. Da quel momento la vita di Anteo cambia radicalmente, nel senso che non riesce più a tirarsi su. Il libro si gioca su questo, ossia sull’impossibilità di poter fare qualcosa di vitale per il protagonista, cioè, levitare per staccarsi da questo mondo sbilenco. Se nel XIII secolo, per esempio, alla Santa Douceline, una santa levitatrice della Provenza, hanno messo il piombo sui piedi per impedirle la levitazione, ad Anteo, al posto del piombo, gli hanno appioppato il 612 bis. Una mattina, due uomini sconosciuti (Franz e Willem) si presentano presso l’abitazione di Joseph K. dichiarandolo in arresto, senza tuttavia porlo in stato di detenzione. Allo stesso modo ad Anteo gli vengono rivolte delle accuse che lui non capisce. A Joseph K. lo preoccupa il fatto di non potersi costruire una vita normale, ad Anteo, invece, preoccupa dover affrontare un processo e non riuscire a levitare. Come nei labirinti, in una breve porzione di spazio, ci sono molto giri attorno a un centro. E questo è il suo chiodo fisso, l’impossibilità di poter sgravitarsi in santa pace.