Tullio a parte

Andrea Cafarella

Un’intervista senza autore a Tullio Pericoli in occasione della pubblicazione del suo Arte a parte (Adelphi, 2021)

Milano è grigia, cupa e fredda, ma oggi cammino per le sue strade come se stessi portando con me la primavera. Con mio sommo piacere sto andando a trovare nientemeno che Tullio Pericoli nel suo studio, e ovviamente sono parecchio in anticipo, come mio solito. Così decido di passare da una libreria che si trova nei pressi e che mi ha indicato un carissimo amico e collega di lungo corso.

Si dice (questo me lo racconterà proprio Pericoli, in un’altra occasione) che il proprietario di questa libreria diversi anni fa abbia salvato un magazzino Adelphi da un incendio, e che da allora tutti i libri che da Milano dovrebbero andare al macero vengono invece fatti recapitare in questa piccola, e inoltre non proprio splendida, libreria dell’usato dal nome parecchio comune. In effetti, però, entrando in questa sorta di cartoleria è possibile trovare moltissimi libri, prevalentemente Adelphi e SE, a metà del prezzo di copertina – se non a meno del venticinque per cento, in un reparto di quei libri che i librai chiamano «fallati», ovvero che non è possibile vendere come nuovi perché hanno una qualche imperfezione: tagli, pagine stampate male o non stampate affatto, e cose di questo tipo. Quando poi mi reco al piano di sotto mi accolgono pile e pile di volumi usati che non sembrano nemmeno usati. Una cosa onestamente mai vista. La leggenda, quindi, comincia ad avere un senso, è innegabile.

Comunque, la mia idea è di prendere un volumetto per non arrivare da Pericoli a mani vuote. Tuttavia, credo che non sia mai stato così difficile scegliere un libro in tutta la mia vita. Specialmente in una libreria che tratta quasi esclusivamente titoli dell’editore storico della persona per la quale vorrei prendere il suddetto libro. Dopo diverso tempo, quando il mio naso inizia a gocciolare sudore per l’ansia, risolvo la situazione scegliendo di prendere Realtà e mistero di Pavel A. Florenskij (SE, 2013). Mi sono detto: sicuramente conosce Florenskij ma magari questo libricino se l’è perso; o comunque lo può cambiare; tanto li avrà tutti, ma almeno così faccio bella figura! Almeno è SE e non Adelphi. Insomma, dopo una lunga discussione interiore mi sono convinto; anche perché altrimenti sarei arrivato in ritardo, e questo non me lo sarei mai potuto permettere, mai.

Ormai sudaticcio, e bagnato dalla pioggerella che s’è nel frattempo posata sulla città come un velo, mi incammino fino alla porticina verde del palazzo dove è sito lo studio di Pericoli, e semplicemente suono al suo citofono che semplicemente dice: «Tullio Pericoli» [mentre lo facevo ho pensato che chiunque avrebbe potuto citofonare e chiedere di lui, come fosse una persona qualsiasi: non so perché ma questa cosa mi ha colpito]. Percorro le scale a piedi per scaricare la tensione e finalmente mi ritrovo davanti alla porta del suo laboratorio. Chiedo il permesso di entrare e mi risponde la sua voce, che ho sentito tante volte nelle interviste e che riconosco subito, così come la sua figura, entrando in questa grande sala unica, ricolma di librerie, grandi tavoli da disegno, tele sparse ovunque, colori, pennelli, attrezzi di ogni tipo, libri. Eccolo di fronte a me, una persona che non saprei descrivere a parole, che non credo potrei ritrarre.

Consegno il mio piccolo regalo che si rivela più che gradito (e che sarà motivo di grande intesa, tra di noi – come spesso accade tra i lettori di Florenskij). Ci accomodiamo l’uno di fronte all’altro ai lati di questo ampio tavolo dove sono sparsi fogli e foglietti, e penne, e libri. E, dopo una serie di convenevoli, e dopo aver chiacchierato arditamente di Florenskij e di molti altri autori (tra i quali, con mia grande sorpresa, uno scrittore che amiamo entrambi e del quale non trovo mai con chi parlare: Mario Brelich), iniziamo finalmente a parlare della sua opera e del suo ultimo libro, da qualche giorno disponibile in tutte le librerie italiane: Arte a parte (Adelphi).

{La verità è che questa conversazione non è mai avvenuta. Eppure, è come se fosse accaduta davvero. Questa introduzione è in realtà il racconto della prima volta che mi sono recato allo studio di Tullio, che ha deciso – con mia enorme sorpresa – di invitarmi a fare una chiacchierata dopo aver letto questo mio saggio che ripercorre tutta la sua vita e la sua opera (e che consiglio vivamente a chi voglia farsi un’idea più precisa del suo lavoro, e della complessità della sua arte a prima vista così semplice, «appoggiata» direbbe probabilmente lui stesso). L’intervista invece l’ho immaginata: è stata realizzata utilizzando e ridisponendo alcuni frammenti del testo di Arte a parte per comporre le risposte di Pericoli, che ringrazio anche per la gentile concessione}.

La letteratura e l’arte figurativa, così come lo scrivere e la pratica del disegno, sono da sempre per te due universi legati, in qualche modo rappresentano il dualismo nel quale si muove la tua opera. Tu sei conosciutissimo come disegnatore e pittore, ma al contempo molte delle tue opere hanno un legame stretto con il testo – e le opere degli autori ai quali sei più affezionato – e hai collaborato con tantissimi scrittori, oltre a scrivere tu stesso, come dimostra questo tuo ultimo libro che, pur contenendo delle immagini, è perlopiù fatto della tua prosa. Qual è per te il rapporto tra disegno e scrittura, tra pittura e letteratura?

Quando qualche volta, come adesso, mi succede di scrivere, lo faccio a mano. Con la stessa mano che migliaia di volte ho guardato disegnare. La guardo mentre scrive e mi viene da chiedermi quali sono le differenze e le somiglianze nei movimenti e nelle sensazioni tra i due lavori. Forse nella scrittura il contenuto non è privo di importanza. Ma anche nella pittura, forse. Chissà. Mi chiedo anche se la mia mano si sarà mai fatta queste domande.

[…] Saper disegnare non ha niente in comune con saper scrivere, a parte alcuni movimenti delle dita, fatti solo da chi persiste nello scrivere a penna.
[…] L’importanza della parola però emerge con prepotenza nell’atto di dipingere, nei modi e nei momenti più imprevedibili, tanto che molti artisti, oggi e in passato, le parole le hanno anche dipinte sulle loro opere. E quelle parole, a volte una sillaba o addirittura una sola lettera dell’alfabeto, sono diventate subito le protagoniste principali dell’opera stessa.
[…] Di solito, quando leggo un libro vero e con gli occhi ne scorro le righe, nella mia testa si illuminano due schermi: nel primo passano le parole che sto leggendo, nell’altro le immagini suscitate da quelle parole. Figure e scrittura sono le une a fianco dell’altra.

Arte a parte è un libro che potremmo definire “puramente teorico”, forzandone la definizione. Parla dell’arte e della pratica artistica. Anche se da un punto di vista molto personale, come un diario. Esattamente come in Incroci che è una sorta di autobiografia in frammenti – dedicati agli incontri significativi della tua vita – anche in questo libro il discorso si muove per episodi, in brevi prose che illustrano il tuo pensiero; spesso attraverso aneddoti e ponendo quasi sempre delle questioni, senza mai presuntuosamente asserire una certezza assoluta su nulla. Come hai costruito questo libro e perché hai scelto di esporre le tue idee in questa forma frammentaria, per lampi?

Per mia fortuna, alla testardaggine di rendere in forma scritta alcune idee che mi passano per la testa quando mi dedico ai miei lavori è arrivato in aiuto un amico, una persona molto esperta in questo campo, con un suggerimento ispirativo. Seguendo quel suo consiglio, ho preso le parole che a volte sento girare nel mio studio e nella mia testa – quelle dell’indice di questo libro –, le ho infilzate, e le ho appese. Come carte moschicide. E ho aspettato che qualcosa del pulviscolo vagante nell’aria vi restasse attaccato.
[…] Poi ho messo alla prova i miei occhi, la mia doppia coppia di occhi, quelli sulla fronte e quelli nella mente. Ai primi ho chiesto di spiare attentamente la mia mano quando è al lavoro, di seguirne i movimenti come non fosse mia, notare le incertezze e le sicurezze, i vizi e le manie. Ai secondi ho chiesto di guardare che cosa succedeva nel frattempo nel mio cervello e scoprire, per quanto possibile, che cosa avvenisse nel buio dei suoi corridoi, mentre la mia mano, ignara, continuava a muoversi e a lavorare.
[…] Questo è quello che ho cercato di fare: ho lasciato che a ricordare e raccontare fossero la mano, i pennelli, gli occhi, la tela e la carta, la mente e l’ispirazione.

Oltre alla dicotomia parola-disegno, esiste un altro dualismo centrale nella tua opera, da sempre. Si tratta di quello spazio che intercorre tra il ritratto e il paesaggio. Tu sei famosissimo per i tuoi ritratti [che è possibile trovare in molti giornali e che sono raccolti perlopiù in I Ritratti, Adelphi, 2002] ma anche per la tua opera paesaggistica, che si concentra sul paesaggio della tua infanzia, quello attorno ad Ascoli Piceno [consigliamo in merito Forme del paesaggio, Quodlibet, 2019]. In Arte a parte parli profusamente di questo discorso e affronti due capitoli dedicati al «Ritratto» e al «Paesaggio». Mi colpisce anche che quest’ultimo sia posto alla fine del libro. Come sei riuscito a sintetizzare questi due aspetti della tua poetica e cosa sono per te l’uno e l’altro?

[…] Nel congiungersi con quelle vicine, le colline intorno al mio paese natale, Colli del Tronto, creano dei canali lunghi e serpeggianti che chiamiamo i fossi.
[…] Quando eravamo ragazzi, quella era la nostra piccola Africa e, essendo quasi sotto casa, ci scendevamo spesso.
[…] Qualche volta, nei lunghi momenti delle mie solitudini, vi scendevo da solo e, scelto un angolo intimo e riparato per poter osservare e vivere quasi con maggiore intensità, mi fermavo a guardare quell’altissimo muro morbido appena un po’ curvo che, al di là della vegetazione, mi sovrastava e mi appariva sconfinato: la schiena della collina.
[…] Dalla mia posizione non mi appariva, come al di là di una siepe, una veduta infinita, ma un muro; e dentro quel muro, mi dicevo, c’è l’infinito: quel muro è pieno di vite e di storie all’infinito.

Tullio Pericoli, I fossi, 2020, olio su tela, 30 x 30 cm. (in Arte a parte, p. 29)

Tullio Pericoli, I fossi, 2020, olio su tela, 30 x 30 cm. (in Arte a parte, p. 29)

Cos’è questo muro, un limite o tutto l’opposto?

[…] Mi sono domandato: che cos’è quest’orizzonte, è davvero il confine oltre il quale il paesaggio finisce?
È un confine come quello che sta tra un territorio e un altro o è qualcosa di più? È qualcosa che unisce o che separa?
[…] Il cielo gioca spesso, con quella linea: ora vi si insinua, ora la cancella imitandone il colore, ora la attrae a sé quasi a risucchiarla. È quanto suggeriscono le cime delle montagne, vertici attratti dal cielo, luoghi indefiniti tra il cielo e la terra, e ospiti sovente di antri magici o abitazioni di dèi.
[…] Si può dipingere un paesaggio senza tener conto del cielo? Certo che si può, e ci ho provato. Ma ogni volta che ho dipinto un paesaggio senza il cielo, ho sentito il bisogno di intitolarlo Senza cielo.

E invece il ritratto?

Un ritratto riuscito non solo deve somigliare, ma deve essere qualcosa di più. Deve essere quella persona, quasi sostituirsi ad essa.
Raccontarne la storia, e magari suggerirne la continuazione. Fare una faccia è semplice, fare un ritratto no.
[…] Fare un ritratto vuol dire decifrare le parole dipinte su un volto.
[…] Gli occhi non sono uno specchio che riflette la realtà, ma strumenti che vedono, e vedono per giudicare, contemplare, capire, scovare, inventare e trasformare.
[…] Non so, e spero di non sapere mai, se penso quello che vedo o se vedo quello che penso, ma so che non potrò vedere senza pensare e non potrò pensare senza vedere.

In questo libro, così come in tanti altri tuoi scritti, dai ampio spazio agli attrezzi del mestiere, i materiali, la carta [suggeriamo anche, in questo senso, la lettura di Pensieri della mano. Da una conversazione con Domenico Rosa, Adelphi, 2014]. Spesso è come se dessi un’interpretazione animistica, o quantomeno molto empatica, degli strumenti di cui ti servi per disegnare. Nel libro parli dei cadaveri dei tubetti di pittura, spremuti fino all’ultima goccia e riposti in uno stesso contenitore, una sorta di cimitero. Oppure del «mozzicone di matita» che ti porti sempre in tasca (io lo porto nella custodia degli occhiali). Cosa, o chi, sono questi fidati compagni?

Gli attrezzi e i materiali che si usano sono strumenti importantissimi per il pittore, perché scrivono una parte della sua storia. Con loro si intesse una relazione molto stretta e profonda, un rapporto che più che affettuoso è quasi amorevole. E quando succede che nascano improvvisi contrasti se ne resta turbati e a volte anche un po’ intimoriti, perché le loro reazioni possono essere imprevedibili.
[…] Il foglio da disegno contiene un insieme di informazioni – la grana, il peso, la ruvidezza, lo spessore – che chi disegna in parte già conosce. Ma se in quella striscia di pelle la mano non è diventata callosa, se è ancora delicata, sensibile e non intorpidita dall’esperienza, ogni volta ricaverà nuove e inattese impressioni, e ne ricaverà suggestioni utilissime.
[…] Chi è l’autore, allora? I colori, che si sono coalizzati con la tela? Le idee, che hanno deciso di mostrarsi? L’intelligenza della mano, che ha finalmente trovato la propria libertà? O forse è il quadro stesso che ha voluto venire alla luce?
[…] Come se la mente avesse avuto la capacità di proiettare delle immagini, e la tela con una propria emulsione le avesse fatte affiorare davvero. Una proiezione dotata del potere di attraversare la tela e riapparire dal suo interno, restituita da una spinta della tela stessa.
Credo sia questa la potenza della pittura.

Visto che ne parli anche nel tuo libro, volevo finalmente confessarti che quando ho visto la tua mostra «Forme del paesaggio» al Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, ero talmente tentato dal toccare i tuoi quadri che alla fine ho sfiorato uno degli ultimi della mostra.

Davanti a un quadro spesso siamo tentati, se nessuno ci vede, di allungare un dito e toccarlo.
[…] Cerchiamo così una vicinanza più stretta con il pittore che ha dipinto il quadro, speriamo di sentire qualcosa che viene fisicamente da lui e di poter trattenere di lui qualcosa sulla nostra pelle. […] A chi non verrebbe voglia di toccare le scie delle pennellate di Van Gogh, sperando di far spiccare in volo i corvi nascosti, o le lacrime del Cristo alla colonna di Antonello da Messina, o una candela di de La Tour, per vedere se scalda davvero?
[…]
Anche a me viene la tentazione di toccare la superficie dei miei quadri, soprattutto dei dipinti di paesaggio.
[…] A volte, girando per le colline della mia terra marchigiana, mi immagino di essere un gigante che ci si sdraia sopra come fossero cuscini, abbracciandone due, tre, cinque insieme; fino a prenderne la forma.

Apriamo una piccola parentesi: Arte a parte è stato terminato in questo periodo strano e difficile, tanto che il Covid-19 ha contagiato anche le sue pagine. Come hai trascorso questo tempo e come ha influito sul tuo lavoro?

Nella didascalia di un mio disegno a un’asta, dopo il titolo dell’opera, ho letto: «… di Tullio Pericoli (1936), vivente».
[…] Nel testo di quella didascalia ovviamente non c’era, ma, se si fosse potuto usare un linguaggio più discorsivo, avrebbe benissimo potuto esserci. «Tuttora vivente». Come dire: avrebbe l’età per essere morto, però ancora non lo è.
[…]
Il tempo di immobilità che ci ha imposto il timore del contagio nel periodo del Covid, l’ho trascorso soprattutto in studio, lavorando.
[…] In quei giorni incerti, con prospettive cui era meglio non pensare, la parola «vivente» è riemersa quanto mai minacciosa e beffarda. Pensavo che forse sia io sia quei quadri non saremmo mai usciti dal mio studio.
[…] La spinta che li aveva fatti e li faceva nascere era compressa come una molla in quello spazio angusto che esisteva tra me e i miei quadri: loro incapaci di non essere fatti, io incapace di non farli. Per un semplice impulso di natura. […] Un incontenibile moto misterioso, come quello del mondo.

Proprio Florenskij in questo libricino [Realtà e mistero, il libro che gli ho regalato] scrive: «Una cosa è certa: idee e vita interiore, visione e percezione del mondo sono in corrispondenza funzionale». Riguardo a questo io vorrei farti una domanda in realtà molto banale, che ti avranno fatto infinite volte, ma centrale nel ragionamento che porti avanti nel libro. Da dove prendi l’ispirazione? Esiste qualcosa che ti induce a seguire questo «moto misterioso del mondo»?

Con la parola «ispirazione» bisogna stare attenti; ci vuole coraggio solo a pronunciarla. E a farlo ci si sente comunque un po’ ridicoli. Ciononostante è innegabile che l’ispirazione esista, come esiste la pittura e come esistono gli attrezzi per dipingere.
[…] L’ispirazione viene soprattutto da un’intercapedine. Un interstizio, un vuoto d’aria che esiste tra tutte le cose razionali e il resto del mio corpo, del mio organismo vitale. Forse è lì che abita la Musa.
[…] Per tutta la vita anche a me è successo di inseguire qualcosa, che nel mio caso è un desiderio più che un ricordo.
[…]
Cerco, come si suol dire, l’ispirazione.
[…]
Le immagini che crescono nella mente sono come alberi. Alcune grandi e secolari, con storia e preistoria dentro di loro; altre più simili a cespugli, arbusti e sterpi.
Quelle grandi e secolari hanno bisogno di spazio intorno a sé. È il loro potenziale che crea quello spazio, non consentendo la crescita di sterpi e di cespugli.
Un’immagine forse per crescere deve saper bruciare quello che ha intorno, deve sradicare tutto ciò che c’è di più piccolo, per evitare che il piccolo soffochi il grande.

Sempre Florenskij, nel suo capolavoro Le porte regali (Adelphi, 1977; Marsilio, 2018) parla anche di «artista autentico». Cosa significa per te quel «vivere in modo autentico» che l’abate e filosofo russo pone in parallelo alla «vita artistica» di colui che individua e descrive come «artista autentico» che «esige da sé solo l’oggettivamente bello, cioè la configurazione secondo arte della verità delle cose»?

L’autenticità è la linfa vitale dell’arte, e contiene sempre, anche se minima, un po’ di verità. Una «verità nuova» che si immagina nasca con l’atto creativo, che può rivelarsi anche nel dipingere semplicemente una nuvola, un prato, una collina.
[…]
Un giorno sfogliando un manuale di nautica, ho visto il disegno di una nave. Era divisa in due parti, per il lungo, da un segno tratteggiato: la linea di galleggiamento. Le due parti della nave, sopra e sotto, erano tecnicamente così definite: opera morta e opera viva. Già la parola «opera» è stata una sorpresa – per me fino a quel momento le opere erano un’altra cosa, quadri o disegni per lo più – ma a stupirmi per davvero è stato scoprire che la definizione di opera morta viene data a quella fuori dall’acqua, quella dove si vive, mentre l’opera viva è quella di sotto.
Riflettendoci, non ho potuto che concordare con il manuale.
[…] Suggestionato da quella parola, «opera», ho immaginato che non solo le opere vere e proprie fossero navi, ma che lo fosse il mondo intero, per metà vivo e per metà morto, e che solo le sue parti nascoste fossero vive. E che solo la parte nascosta dei volti e dei ritratti, dei paesaggi, dei suoni, delle poesie e di tutti i quadri fosse quella viva.
[…] La pittura ha molto a che fare con la vita, profondamente e materialmente, al punto da sembrar capace, infine, di stabilire un legame con la morte, stringere un patto con lei. Tanti artisti potrebbero provarlo.
[…] Quanti libri, mi sono detto, ho letto, e quanta pittura ho guardato senza cercare la loro parte viva sotto la linea di galleggiamento? Quanti ripostigli segreti ancora da scoprire nelle pance di quelle navi, quanti tesori in quelle stive, rubati a visioni sottomarine, oscure e misteriose, o luminose e splendenti?


Ho scritto all’inizio che mi sembra come se questa intervista sia davvero avvenuta poiché alcune delle cose che sono raccontate in questo libro (come la storia del mozzicone di matita o dell’opera viva e l’opera morta) io le ho ascoltate dalla viva voce di Tullio Pericoli. E volevo quindi restituire al lettore questa sensazione, oltre che porre contemporaneamente l’accento sull’oralità raffinatissima della sua prosa umile e preziosa. Molte delle “risposte” possono essere lette anche in correlazione a questo altro saggio che ho scritto dopo aver incontrato Tullio, e dove difatti racconto della metafora della nave. Mentre nel primissimo saggio che ho scritto su Pericoli avevo già usato, intuitivamente, l’immagine di una «nave-Tullio». Non ricordo più se ho già confessato altrove di aver toccato una delle sue opere, spero che nessuno se la prenda.

Quel giorno, la prima volta che lo incontrai, mi volle regalare uno dei suoi acquerelli. Ne scelsi uno piccolo, del 2008. Oggi posso contemplarlo semplicemente sollevando lo sguardo dalla mia scrivania. Ovviamente so che si tratta delle colline attorno a Colli del Tronto, e mi ricorda di quando ci sono stato, ma mi ricorda anche di Casa e dei volti degli altri, dei miei amici, dei miei cari, e di Tullio, che spero di vedere presto, nello studio legnoso e buio, la fronte larga percorsa dai fossi e gli occhi stretti, piccoli e attenti, penetranti sotto le folte sopracciglia corrucciate e dietro occhiali larghi e tondi; la sua gentilezza nasce dalla bocca e dal mento, (dove una fossetta centrale mi ricorda del nonno Meo e di tutti gli uomini della famiglia del ramo di mio padre), infine, le mani. Non tanto la statura, ma le mani, si notano subito. Mani nodose come radici, tuttavia eleganti come quelle di un maestro d’orchestra, decise, si muovono con cognizione, sono mani pensanti. Nel vederle lavorare sul foglio, anche solo per prendere un appunto con la penna, risulta evidente la loro perenne pratica di perfezionamento. Hanno un’anima quelle mani. E una consapevolezza fuori dal comune. Dovuta all’esperienza e alla vita.

Tullio Pericoli, Veduta da Sopravena di Rosara, 2020, acquerello su carta, 30 x 120 cm. (in Arte a parte, p. 120-123)

Tullio Pericoli, Veduta da Sopravena di Rosara, 2020, acquerello su carta, 30 x 120 cm. (in Arte a parte, p. 120-123)

Arte a parte è un libricino straordinario che fa luce sul pensiero di Tullio Pericoli e ne illumina nuovamente il percorso, dandoci degli stimoli di riflessione che per un artista visivo sarebbero fondamentali, ma che per il loro attaccamento alla vita parlano a tutti, non solo gli artisti e gli studiosi, potrebbero toccare anche l’attento e sensibile lettore interessato ai cercatori di verità, a quei rari esempi di individui, sempre disposti al divenire, persone vere, artisti autentici, in grado di «mitridatizzare» l’invisibile e tracciare una linea perpetua di senso sul muro, che racchiude molte altre storie, e parole e immagini, e solchi che si fanno volti, che però si trasformano in «schiena di montagna», il Monte dell’Ascensione, appunto – dove si trovano «antri magici o abitazioni di dèi» –, ci abbraccia e ci protegge, e al tempo stesso aspira al cielo, oltre l’orizzonte, verso il cosiddetto Infinito.

«Il senso di piacere che mi capita di provare in quei momenti proviene da un desiderio di comunione. Ricompare quel lontano sentimento di unità che appunto mai ci abbandona, e ciò che ho davanti mi fa desiderare di esserne parte, in una totalità armonica che mi appare ancora possibile».
Tullio Pericoli, Arte a parte, Adelphi, 2021