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«Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare», scriveva Grazia Deledda in Noi siamo sardi, un inno alla sua terra, al profumo del mare e del vento.

Sono queste le suggestioni di cui narra Mauro Tetti nel suo Nostalgie della terra, ultimo romanzo arrivato nella collana “Incursioni”, diretta da Dario De Cristofaro, per la casa editrice triestina Italo Svevo. Un titolo evocativo, presagio perfetto della storia a cui dà il nome. Già nel suo romanzo d’esordio, A pietre rovesciate (Tunué, 2016), e nei suoi racconti pubblicati su diverse riviste quali “Flanerí”, “Nazione Indiana” e “Minima&Moralia”, l’autore originario di Oristano aveva dimostrato la sua abilità nel narrare storie quasi surreali in cui il confine tra realtà e leggenda sembra diventare molto labile.

Nostalgie della terra narra di un uomo senza nome – omaggio alla storia di mare e disperazione per eccellenza – che cerca un tesoro e sé stesso, e lo fa in mare, attraccando in isole sempre diverse che sembrano non avere mai una risposta. Il protagonista vive presso il Villaggio Pescatori di Giorgino, in Sardegna, con una donna dal nome emblematico, quasi premonitore. Il nome Naira, infatti, vanta due possibili origini: nella lingua araba ha significato di “brillante, radiosa”, come una stella cometa, mentre nella lingua quechua naira sta per “occhio”. Queste due teorie, in apparenza lontane e senza connessioni, rappresentano bene ciò che accade all’uomo senza nome di Tetti, e lo fanno attraverso l’evoluzione del rapporto con la donna: da stella che guida il cammino, Naira diviene poi sibilla che predice il futuro e annuncia catastrofi.

«Spero che fai naufragio».

Sono queste le parole che rivolge al protagonista quando lui le comunica di voler partire alla ricerca di un misterioso tesoro, «un cubo di specchi con l’argentatura che rivestiva ogni lato, delle cui proprietà magiche non si sa». Dopo aver messo insieme la ciurma più bizzarra che si possa immaginare – Salif, il capitano Pérez, la Rondine e marinai dalle dubbie competenze – comincia la circumnavigazione della Sardegna, dove ogni isola, ogni riva, è un’incognita. A guidarlo nell’impresa sono le pagine del diario di Maddalena, «figlia di balene e di cavallucci marini, stelle cadute in mare, figlia di schiuma battente sulle rive di una costa greca», la donna con il corpo ricoperto di tatuaggi che ha dato il nome all’omonima isola, e che ammalia i pescatori con le sue storie, vere o leggende che siano.

I personaggi di questa vicenda non sono uomini e donne di molte parole – fatta eccezione per i momenti di sbornia da sciroppo, unica consolazione in mezzo alla tempesta – ma comunicano attraverso i loro corpi e i loro gesti. Tetti riesce a creare immagini nitide che aiutano il lettore a entrare in una dimensione onirica e a sentirsi parte dello sventurato equipaggio, i cui componenti trovano riferimento nella letteratura dei mari e dei naufragi. Il protagonista, nonché voce narrante del romanzo, non rivela il suo nome: non un invito al lettore, nessun «Chiamatemi Ismaele», ma solo la volontà di essere Nessuno. Il capitano Pérez con il suo andamento claudicante ricorda il capitano Achab, del quale possiede anche la calma apparente e la recondita follia che dirompe in maniera inaspettata. Naira, invece, è l’anti-Penelope per eccellenza, lei che non ha aspettato il ritorno del suo uomo. Salif incarna il coraggio che manca al protagonista, quello di imbarcarsi e lasciarsi alle spalle una vita trasformatasi in sopravvivenza.

«Respingeva e attraeva allo stesso tempo. Come se lui fosse una parte di me nascosta e latente, magari per pudore. Mi ha guardato come per dirmi che non eravamo tanto diversi io e lui».

Protagonisti sono anche – e soprattutto – il Mediterraneo e il vento che lo anima, che lo trasforma da compagno fedele e benevolo a traditore imperdonabile. In sottofondo il lamento di una balena: il suo pianto è lontano dalla ferocia vendicativa di Moby Dick e accompagna i marinai, quasi fosse una nenia, nelle loro traversate.

La storia segue due piani narrativi: uno principale che si concentra sul viaggio del protagonista, mentre quello secondario segue i diari di Maddalena e la descrizione di una Sardegna arcaica, ma solo in apparenza lontana da quella del tempo della storia.

La lingua dell’autore si conferma evocativa e sperimentale: così come nel suo romanzo d’esordio e nei suoi racconti, anche Nostalgie della terra si basa su una ricerca linguistica mirata e attenta. Tetti ricorre spesso a termini dialettali (solo per citarne alcuni: arrubia, scialandrone, entosu e tempestosu, nemmanco) e la scelta di una lingua rurale – quanto la terra che racconta – dimostra la perfetta collocazione editoriale del romanzo in una collana come “Incursioni”, accanto a Lingua madre di Maddalena Fingherle e Spirdu di Orazio Labbate.

La ricerca di sé stessi e l’insoddisfazione sono le coordinate che Tetti segue per portare avanti la sua riflessione sul tema del ritorno a quell’isola – fisica o metafisica che sia – che sembrava non bastare e non soddisfare. Il protagonista lascia una vita claustrofobica e, con moto circolare, si ritrova al punto di partenza per rendersi conto che tutto è perduto. Ma il viaggio è anche un tentativo di riconciliazione con quella stessa terra: l’autore sfrutta le tappe di questa folle caccia al tesoro per narrare scenari e vicissitudini che i marinai si ritrovano ad affrontare e, in qualche modo, domare.

I paesaggi descritti non sono incontaminati o quasi onirici, anzi. Nelle pagine di Tetti si legge una critica nemmeno troppo velata all’emergenza che il nostro pianeta sta vivendo: la «plastica, buste nere per i rifiuti» che infestano e devastano un mare cristallino e, in qualche modo, indifeso. Ognuna delle isole di Maddalena rappresenta una catastrofe naturale, mentre l’arcipelago intero subisce «una volta all’anno un potente cataclisma, un maremoto che ne sconvolge i confini, lasciando i segni incisi sulla terra e sugli sguardi impauriti degli abitanti».

È così che il legame – non sempre felice – tra uomo e natura resta un punto fondamentale della narrazione. Tetti ha scritto un romanzo che suggerisce l’urgenza di riconciliazione con la nostra terra e lo fa narrando una storia di nostalgie e mancanze, che sembra voler ricordare a tutti le parole di Nanni Moretti del suo celebre Caro diario del 1993: «Sono felice solo in mare, nel tragitto tra un’isola che ho appena lasciato e un’altra che devo ancora raggiungere».

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