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Se nella letteratura italiana esiste un’opera che si può considerare un classico nel senso calviniano del termine, ovvero come «libro che non ha mai finito quello che ha da dire», «che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti», questa è sicuramente Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (comunemente noto come Pinocchio), romanzo per ragazzi di Carlo Collodi pubblicato originariamente a puntate tra il 1881 e il 1882 e poi in libro nel 1883.

La storia del famoso burattino di legno, infatti, continua ancora a influenzare il nostro immaginario e a ispirare storie sempre nuove e originali. A questo proposito, Pietro Citati scrive nella sua prefazione all’edizione BUR del romanzo:

«Come ogni individuo è composto di parti che si contraddicono, ogni grande libro comprende in sé molti strati, o molte anime, che talvolta si ignorano a vicenda. Possiamo leggere ‘Pinocchio’ sia come una crudele storia realistica, sia come una storia esoterica. Chi comincia a scrivere una favola per bambini, non immagina mai dove finirà per giungere».

Pinocchio, quindi, è uno di quei classici che si mostrano sempre nuovi a ogni rilettura e riscrittura. Luigi Malerba in Pinocchio con gli stivali (1977) ci consegna, per esempio, un Pinocchio che vuole uscire dalla storia moralistica a cui è stato assegnato per entrare nelle storie di altri personaggi come Cenerentola e il Gatto con gli stivali. È dello stesso anno anche Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli, un’opera metaletteraria che interpreta il burattino come strutturalmente suicida, poiché la sua trasformazione in bambino indica una rinuncia alla sua diversità e libertà.

All’estero, invece, sono noti per esempio l’adattamento Il compagno Pinocchio di Aleksej Nikolaevič Tolstoj (1936), in cui Pinocchio prende il nome di Burattino, Geppetto di Carlo (probabile omaggio a Karl Marx) e Mangiafoco diventa Carabas Barabas, contro cui il protagonista lotta per prendere il controllo della sua compagnia di burattini in una rilettura in chiave sovietica dell’opera di Collodi, e il romanzo Pinocchio in Venice (1991) di Robert Coover, dove il ruolo della famosa marionetta spetta al Professor Pinenut, attore e sceneggiatore di Hollywood prima e storico dell’arte di fama mondiale poi, che intraprende, invece, un percorso à rebours da uomo in carne e ossa a marionetta di legno, metafora della morte per vecchiaia del protagonista.

Diversamente ha agito Fabio Stassi, scrittore e editor della collana Nichel di minimum fax, con Mastro Geppetto (Sellerio, 2021). Quest’ultimo riscrive la storia di Pinocchio dal punto di vista di Geppetto, con il falegname che vive le vicende del burattino raccontate nel romanzo originale, portandolo all’estremo, come egli stesso ha dichiarato in una recente intervista a cura di Marta Occhipinti per «La Repubblica»:

«Non credo di avere tradito lo spirito originale, l’ho soltanto portato alle estreme conseguenze. Collodi era già un disincantato e Pinocchio era un libro di incandescente realismo che si concludeva, nella prima stesura per altro, con un’impiccagione».

L’aria disincantata e desolata che Stassi riprende dall’originale collodiano si percepisce già a partire dall’incipit. Se in Collodi, infatti, si leggeva «C’era una volta un pezzo di legno», in Mastro Geppetto si inizia con «È una storia da un soldo». Di fiabesco, dunque, non vi è nulla: il paese di Geppetto viene definito “di fango”, «senza madonne, e senza resurrezioni», il paesaggio circostante sembra «incerto e tutto dà l’impressione che possa ruzzolare da un momento all’altro», mentre Geppetto ci viene presentato come il pazzo del villaggio:

«Lo chiamano mastro per scherno e Geppetto per bestemmiargli anche il nome: Giuseppe, Giuseppetto, Geppetto, un santo in burla, la cantilena che accompagna tutti gli uomini che vivono da soli. La verità è che la sua Nazareth è un borgo cattivo sul dorso di un Appennino che ha per gioco preferito quello di lapidare gli scemi, i senzafamiglia e i morti di fame».

Anche un momento magico come la creazione della marionetta è frutto di un’angheria. Geppetto, infatti, riceve il tronco da Mastro Ciliegia – qui chiamato Mastr’Antonio, che per prendersi gioco del protagonista non solo gli farà credere che il tronco di legno sia magico, ma gli sottrae anche il burattino in combutta con gli altri abitanti del paese. Da qui partono le vicende del falegname, raccontate in una fiaba desolata e spietata, senza fate turchine e con grilli parlanti che al contrario friniscono restando ancora di più inascoltati, dove Mastro Ciliegia non è più suo amico, bensì una persona cinica e indifferente che nei suoi confronti «aveva sempre avuto la luna girata, e quasi nemmeno gli dava il buongiorno se lo incontrava per via», e Mangiafoco – qui semplicemente «signor burattinaio» – non starnutisce mostrando compassione e dona i resti di una costoletta invece di cinque monete d’oro. Geppetto stesso diventerà il clown del circo al posto di Pinocchio, e non finirà in carcere, ma in manicomio e in ospedali simili a ventri di Pesce-cane «perché di tutti quelli che ci vengono ricoverati non se ne sa più nulla, come se si fossero dispersi in mare o li avesse inghiottiti un enorme mostro marino».

Nel ritrarre Geppetto, Fabio Stassi sembra prendere come punto di riferimento Marco Belpoliti, il quale considera Pinocchio un «eroe della fame». A differenza di quest’ultimo, che con questa espressione intende la voglia di crescere e diventare adulto del burattino nell’originale collodiano, Stassi vuole rappresentare l’anelito del falegname a restare in vita e a non rassegnarsi di fronte alla cattiveria degli altri, cercando di mantenere l’illusione dell’incantesimo e del sogno, come spiega lo stesso autore nella già citata intervista:

«Mastro Geppetto è il punto di arrivo di tutto quello che ho scritto prima, e anche di questa idea che ho di letteratura come racconto della vulnerabilità umana attraverso il punto debole di un personaggio […]. È il tentativo di far sopravvivere l’incantesimo in un mondo disincantato, la capacità di continuare a sognare un futuro migliore e più giusto, anche nei nostri tempi duri e chiusi. […] La sua è la rivendicazione del diritto di amare a prescindere da tutto, ed è una storia sullo storto e sulla violenza del mondo».

Mastro Geppetto inscena quindi la storia di Pinocchio rappresentando Geppetto come attore di un teatro il cui personaggio principale – in questo caso il falegname – cerca disperatamente di urlare il proprio dolore e la propria voglia di attaccarsi alla vita e alla speranza. In Geppetto, infatti, si possono riconoscere il contrabbandiere balbuziente narratore di Fumisteria (2006) oppure il pupo senza voce Ardesio di Angelica e le comete (2017): personaggi della narrativa stassiana che fanno parte di un’umanità ai margini e per questo inascoltata, che con la propria voce stentata cerca la compassione altrui. Una poetica degli ultimi, questa, che ben si riflette nell’attività di editor dell’autore per minimum fax, se si pensa a romanzi come Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapino oppure Sangue di Giuda di Graziano Gala.

Come spiega nel Congedo dell’autore dal personaggio in forma di lettera posto in appendice al romanzo, Fabio Stassi muove i passi dall’adattamento cinematografico di Matteo Garrone al romanzo di Collodi e dalla malattia dello zio, affetto da Alzheimer. In Mastro Geppetto è presente la stessa desolazione e solitudine del film di Garrone, e come in quest’ultimo il Gatto e la Volpe sono rappresentati rispettivamente come cieco e zoppo, ma se il regista romano mantiene alcuni elementi magici e fiabeschi come la Fata Turchina o il Grillo Parlante (presente in Mastro Geppetto, ma la sua voce è ridotta a un mero frinire che resta ancora più inascoltato, a indicare la disperazione e la solitudine del falegname), l’autore siciliano priva la storia di Geppetto di ogni elemento magico. Nel raccontare, infatti, la storia dello zio, un uomo simile al falegname interpretato da Roberto Benigni per cui «tutto era cominciato con delle parole perdute, e con un uomo che le cerca», Fabio Stassi intende rappresentare la vera dimensione della storia di Pinocchio:

«Per capire se i brividi che ti scuotevano nella tua casa gelida erano solo di freddo, e verificare un’ipotesi che nessuno finora, a quanto ne sapevo, aveva preso in considerazione: che non ci fosse mai stato un pezzo di legno capace di ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Né una fata dai capelli turchini brava a rimettere tutto a posto. Semplicemente perché i pezzi di legno non piangono e non ridono, e le fate esistono soltanto nelle fiabe.»

Ritornando alla narrativa stassiana, Mastro Geppetto ne presenta tutte le caratteristiche, soprattutto a livello linguistico. Frequenti, infatti, sono parole ed espressioni come «gli incespica pure la lingua», «balbettò», «non trovava le parole» e «lingua storta». L’incomunicabilità del protagonista procede di pari passo con la sua difficoltà a ricordare le cose («non ricordava», scrive Stassi, «nemmeno come si fa, a ricordare, e non gli riusciva più di mettere in fila niente»), e questi due aspetti lo rendono vulnerabile nei confronti degli abitanti del paese, che si approfittano del falegname per tormentarlo privandolo del suo desiderio più grande, ovvero quello di essere padre e burattinaio, rappresentato in Pinocchio.

Pinocchio, da protagonista della storia, diventa qui l’elemento che muove le vicende di Geppetto che in mezzo a «uomini feroci e meschini che si ferivano senza tregua» si mette alla ricerca di quello che non è più semplicemente un figlio, ma una scintilla di vita e sogno in grado di farlo restare a galla nella desolazione. In questo senso il falegname ricorda molto un altro personaggio stassiano, Charlot de L’ultimo ballo di Charlot (2013) e tutti i suoi tentativi di allontanare la Morte per raccontare al figlio la storia della sua vita. Anche Geppetto cerca disperatamente di allontanare la morte tentando di mantenere vivo il ricordo del burattino, soprattutto durante lo spettacolo circense in cui, ridotto a clown, interpreta il suo dramma di padre in cerca di un figlio senza smettere di cercarlo nel baule posto sul palco, provocando così un moto di vergogna negli abitanti del paese. Se questi ultimi, infatti, sembrano essere vittoriosi nei confronti di Geppetto credendo di aver sradicato in lui ogni barlume di speranza, arrivano a questo punto a ricredersi: il falegname sarà pure l’ultimo degli ultimi, ma nel suo attaccamento a Pinocchio dimostra di essere più umano degli altri, un Chisciotte che probabilmente perderà, ma che nonostante tutto non ha perso l’amore.

Se per Stassi scrivere vuol dire:

«raccontare cento e cento volte la stessa favola, per raschiare il destino che c’è sotto, e non alzarsi dalla sedia finché non si è finito, e dopo tornare a riscriverla ancora, e ancora, e quando si è arrivati in fondo cancellare tutto e ricominciare da capo»

allora Pinocchio diventa in Mastro Geppetto una storia che ancora una volta non smette di incantare i lettori, che bisogna scrivere e riscrivere per tutti i significati nascosti che contiene. Fabio Stassi ha saputo capovolgere l’opera collodiana regalandoci una storia commovente e straziante di un uomo non soltanto in cerca di suo figlio, ma anche in lotta contro un mondo chiuso e desolato che vuole impedirgli la speranza di continuare ad amare. Mastro Geppetto è il nuovo protagonista del teatro stassiano: il teatro della vita, degli ultimi, di chi continua con coraggio a sognare e sperare in un mondo più giusto e umano.

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