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Il mio incontro con la scrittura di Alba de Céspedes è avvenuto solo di recente, ma è stato subito travolgente. Oggi l’opera di questa grande scrittrice del ’900 sta tornando in libreria, ma fino a poco tempo fa i suoi libri erano introvabili, fatto salvo il Meridiano che Mondadori le ha dedicato nel 2011 (anno del suo centenario) e il mercato antiquario, ma anche lì erano merce rara. Così, quando nel 2021 proprio Mondadori ha ripubblicato negli Oscar Dalla parte di lei, forse il suo romanzo più celebre, non ho perso tempo e ne ho presa una copia. Il libro è la lunga confessione-memoir di Alessandra, la protagonista, che racconta «la storia di un amore e di un delitto»: tra lei e il marito Francesco, uomo amato, professore e antifascista, dopo la Resistenza affrontata insieme cresce l’incomunicabilità. A poco a poco il senso di estraneità e l’incapacità di comprendersi diventeranno intollerabili, fino al climax finale.
Dalla parte di lei esce nel 1949, un dopoguerra in cui nei romanzi le donne prendono la pistola e non hanno paura di premere il grilletto per liberarsi da una condizione opprimente, come aveva raccontato due anni prima Natalia Ginzburg in È stato così, dove nel primo capoverso fa dire alla sua protagonista un lapidario: «Gli ho sparato negli occhi».
Dalla parte di lei è un romanzo estremamente intimo e al tempo stesso prepotentemente politico: Alessandra cresce all’ombra del fratellino morto, annegato a soli tre anni, e nella più totale devozione per l’indole artistica e delicata della madre Eleonora, suicida per amore. Alessandra rimane sola tra un padre che sente estraneo e le vite segrete delle donne del suo caseggiato che, non appena i mariti escono per andare a lavoro, vengono fuori libere e agiscono i loro desideri, diventano altro da sé, proteggendosi, aiutandosi e a volte ingannando. Impossibile non farsi trascinare dalla forza espressiva della scrittura di de Céspedes, una richiesta di ascolto che viene urlata a gran voce, tanto da portare l’autrice a sostenere apertamente la possibilità (allora negata) che anche le donne potessero diventare magistrato perché almeno loro si schierassero dalla parte di lei, ma nelle sue parole è presente anche la malinconia per l’impossibilità di capirsi davvero, di incontrarsi con l’altro, se non per un attimo.

Appena finito il romanzo, mi sono messa sulle tracce dell’autrice e del sentimento di rivoluzione privata che mi sembrava fosse la cifra della sua scrittura e l’ho cercata attraverso le sue opere, in un percorso che mi ha portato a Quaderno proibito (1952) e Nessuno torna indietro (1938), entrambi ripubblicati di recente da Mondadori, fino a L’anima degli altri (1935), esordio letterario di Alba de Céspedes, introvabile fino a qualche tempo fa e ora riportato in libreria grazie al prezioso lavoro di riscoperta della casa editrice Cliquot.

Alba de Céspedes è stata scrittrice, giornalista, poeta, sceneggiatrice (valga come esempio la sceneggiatura de Le amiche di Antonioni, ispirata al romanzo Tra donne sole di Cesare Pavese), direttrice editoriale del Mercurio nell’immediato dopoguerra, curatrice della rubrica Dalla parte di lei che tenne su Epoca (in cui rispondeva alle lettere degli uomini sulla loro vita sentimentale, e che diede poi il nome all’omonimo romanzo), partigiana, eppure a lungo è stata considerata solo una scrittrice per donne, intendendo così attribuirle un minor valore letterario e relegandola a cantrice di situazioni domestiche.
Le donne infatti sono spesso protagoniste indiscusse dei suoi romanzi più celebri, ma la verità, negli intenti e nei fatti, è che de Céspedes ha inteso soprattutto raccontare la società con i suoi conflitti, le sue incomunicabili solitudini, le sue ingiustizie.

Nipote di un nonno ingombrante, Carlos Manuel de Céspedes del Castillo, rivoluzionario e padre della patria per i cubani, Alba nasce l’11 marzo del 1911 da un ambasciatore cubano e una madre italiana, e per questo non avrà mai una dimora stabile.
La sua infanzia si svolge come quella di tutti i figli dei diplomatici, in viaggio con la famiglia da un luogo all’altro, da Roma a Parigi a Cuba. È istruita da precettrici private a cui riconoscerà un debito formativo importante, soprattutto in ambito letterario, ma che non basterà a lenire la nostalgia di una normale vita scolastica e dei titoli di studio, che non prese mai.
Il padre resterà sempre il suo primo lettore e il suo unico riferimento morale, letterario e affettivo: era stato lui a sorprenderla a scrivere le prime poesie che era ancora una bambina e quando la piccola Alba aveva esclamato «Papà, mi dispiace, prometto che non lo farò più!» era stato sempre lui a incitarla dicendole «E invece sì, continuerai. Pobrecita».
Si sposa, appena quindicenne, con il conte Giuseppe Antamoro (da cui avrà un figlio, Franco), ma se ne separerà quasi subito, risposandosi anni dopo con un diplomatico italiano.
La scrittura arriva nella sua vita per necessità quando, poco più che ventenne, ha bisogno di guadagnare e si domanda se per caso questa cosa di scrivere non possa procurarle del denaro, così invia un racconto, Il dubbio, alla redazione del Giornale d’Italia, che lo pubblica con la firma A. de Céspedes – con il nome puntato perché non era vista di buon occhio una donna che scriveva – e lo retribuisce duecento lire. Il giorno in cui il racconto esce, de Céspedes scende di casa e compra ventiquattro copie del giornale, poi va a ritirare l’assegno in redazione e chiede e ottiene che il suo nome venga messo per esteso per le successive collaborazioni.
Da quel momento in poi il lavoro, il denaro e la retribuzione come motore per l’arte diventeranno un tema centrale della sua opera, un tabù da sfatare con insospettata grazia e onestà intellettuale.
Il dubbio racconta la storia di un uomo che segue la moglie perché sospetta un tradimento, ma non scoprirà mai se il suo sospetto è fondato, perché quando è a un passo dal sapere la verità, sotto i suoi occhi la donna viene investita da un’auto e muore.
Quel racconto si può oggi leggere nella raccolta L’anima degli altri. È un libro del 1935, quando de Céspedes aveva solo ventiquattro anni, e raccoglie molti dei racconti che in quegli stessi anni andava scrivendo per vivere, e nei quali si manifesta già in nuce tutta la sua idea letteraria, com’è proprio dei grandi autori.
Che la si legga dall’esordio ai romanzi più noti (Nessuno torna indietro diventerà un film nel 1945, Quaderno proibito nel 1980 uno sceneggiato televisivo per la Rai con Lea Massari, La Bambolona un film con Ugo Tognazzi nel 1968) o viceversa, in filigrana la sua opera si rivela un osservatorio potentissimo sugli individui e sulla società, uno zoom ad alta definizione che attraversa l’infinitamente piccolo del quotidiano per approdare nell’infinitamente grande del sociale.
Max e Ornella, il marito e la moglie che si fronteggiano ne Il dubbio, appaiono in un matrimonio felice, giovane e spensierato, e il protagonista si dilania all’idea che Ornella possa essere diversa da «la tua piccola moglie che ti ama» che gli sorride da una fotografia, che possa declinare la promessa di un pomeriggio di sole da passare insieme, con una scusa che si scoprirà bugia. Dopo la morte di lei, Max fruga tra le sue cose in cerca di una prova e trova solo ricordi, indizi, ma nessuna certezza.

Mia moglie non poteva essere colpevole, era troppo franca e retta. La mia incertezza è ignobile.

Eppure quell’incertezza si apre la strada, e perdura, fino a inquinare non solo l’idea che aveva avuto per cinque anni della sua consorte, ma anche di sé, e a farlo oscillare tra il dolore e il sapere di «essere un debole giacché è vile non sapere se piangere o essere contento che la propria moglie sia morta».

Che siano felici o desolati, i personaggi di Alba de Céspedes soffrono l’incomunicabilità, tra individui come tra individuo e società. Che si tratti del racconto La casa sul laghetto azzurro in cui Gianni e Mitì vivono felici nella semplice serenità della campagna, ma che per un attimo si sentono inadeguati quando una visita dalla città li riporta a un’altra possibilità di vita, o della Valeria di Quaderno proibito, che inizia a tenere un diario che sembra donarle una coscienza di sé, ma che comporta anche una frattura tra la vita prima del diario e quella dopo, gli esseri umani vivono scissi tra ciò che sono o che sono stati e ciò che l’altro si aspetta, che la società si aspetta. Scrive Valeria nel suo quaderno proibito:

Se non lo avessi scritto lo avrei dimenticato. Siamo sempre inclini a dimenticare ciò che abbiamo detto o fatto nel passato, anche per non avere il tremendo obbligo di rimanervi fedeli. Mi pare che altrimenti tutti dovremmo scoprirci pieni di errori, e, soprattutto, di contraddizioni, tra quello che ci siamo proposti di fare e quello che abbiamo fatto, tra quello che avremmo desiderato di essere e quello che ci siamo accontentati di essere in realtà.

La frattura nasce qui ed è insanabile, è la radice della solitudine, ma al tempo stesso anche dell’azione, del cambiamento che ha origine nella consapevolezza di quella scissione.
E ancora in L’anima degli altri la protagonista di Nudo dell’Ottocento è una donna di sessant’anni che corre a vedere la Biennale a Venezia, ma le interessa solo la sala dove sono esposti due nudi dell’ottocento, «superbi nella loro impudicizia», e si ferma a guardarli. Non solo quel primo giorno ma ogni giorno finché dura l’esposizione, Maria torna a sedersi davanti ai quadri e ammira la bellezza della donna sulle tele, ammira la sua bellezza a diciotto anni, quando aveva posato per quei ritratti.

Maria nella vita non aveva fatto altra cosa che essere bella ed era giusto perciò che rimanesse attaccata alla sua bellezza. […] Non era stata intelligente, non era stata ricca, non era stata mai nulla, lei; la sua anima non aveva mai avuto nulla. Il suo corpo era il protagonista della sua vita: lui solo aveva vissuto, lui era rimasto, lui sarebbe continuato a vivere e forse più intensamente quanto più passava il tempo.

Maria sa di essere lei la ragazza del quadro, ma non si riconosce nella giovane resa eterna dal pittore Tarzini, così lontana dalla donna anziana che siede nella sala delle esposizioni e che preferisce tacere la sua identità, per non rovinare la perfezione dell’opera d’arte che era stata.
In Disincanto invece un uomo ricorda ossessivamente Luciana, il suo amore perduto, e la memoria vivida di lei e delle sue unicità gli rende impossibile trovare un’altra donna che ne possa essere all’altezza, «non poteva più amare». Ma quando con un pretesto Luciana ricompare, dopo un anno, e fissano un appuntamento, la donna che si ritrova davanti non è la sua Luciana: nuovo l’atteggiamento, nuovo il mantello, nuovo il portacipria, nuovo il colore dei capelli. Quella davanti a sé non è più la donna amata, ma una forma di disincanto.

Forse perché ogni ora ha un proprio incanto che si distrugge con lei e non ve n’è una uguale all’altra e in questo è il loro fascino.

L’incontro con Luciana spezza l’incantesimo, e restituisce il presente nel suo eterno fluire, un divenire perpetuo in cui tutto cambia e non è mai fedele a ciò che è stato.
Come un sasso lanciato sull’acqua propaga onde maggiori della sua dimensione, l’altro che ci vive accanto nel quotidiano – e che non si sa conoscere e riconoscere – diventa sociale, e gli individui si muovono nel solco di un cambiamento possibile, di un tentativo di essere fedeli a sé stessi che finisce per causare quella smarginatura resa celebre dalla Ferrante, ma che prende anche Emanuela di Nessuno torna indietro, alle prese con una figlia segreta e con una vita di sotterfugi, per nascondere la sua condizione in società.

Era stata presa da uno struggente desiderio di allontanarsi da Roma, da quell’orribile galleria Colonna, dagli sguardi untuosi, dalle proposte oscene; e, più ancora, dalla sua vita tutta slabbrata dalla disponibilità, dall’incertezza.

I personaggi di Nessuno torna indietro sono scandalosi perché rivelano pensieri e sentimenti che non sono conformi alla società in cui vivono: in Emanuela, Xenia, Silvia, Vinca, Anna, Valentina, Augusta e Milly, le donne che abitano il collegio romano del romanzo, albergano desideri che non coincidono affatto con la retorica del fascismo che le vorrebbe madri, mogli e devote patriote. Sono studiose, scrittrici, madri atipiche, non-madri per scelta, musiciste, pasionarie, persino escort in qualche modo appagate.
Eppure quando il romanzo esce, nel 1938, vende subito migliaia di copie, esaurendo la prima tiratura in cinque giorni e riscuotendo un immediato successo anche all’estero. Il regime allora se ne accorge, chiede di ritirare il libro dal mercato ma Mondadori risponde che ormai è troppo tardi, potranno bloccarne solo la ristampa. La notizia delle vendite, ma anche delle attenzioni del regime, raggiunge una Alba de Céspedes distrutta dal dolore che sta tornando a Cuba per assistere il padre morente. La censura fascista la chiamerà a comparire diciassette volte di fronte alla commissione, chiederà conto all’autrice di quel libro, le chiederà di rinnegarlo, ritirarlo, passarlo al più mussoliniano voi, e davanti al suo rifiuto Alba verrà processata e incarcerata, per questo e per altri crimini politici contro la dittatura.
A partire da questo momento il suo antifascismo si farà sempre più attivo: nel 1943, dalle frequenze di Radio Bari, la prima radio libera della Resistenza in Italia, Alba de Céspedes trasmise con lo pseudonimo di Clorinda, come la guerriera amata da Tancredi nella Gerusalemme liberata. Parlava ai radioascoltatori, ai ragazzi, ai colletti bianchi che non avevano partecipato direttamente alla guerra e alle donne che lavoravano come stenografe, come centraliniste e segretarie mentre gli uomini erano al fronte, e le incitava a fare piccoli gesti di ribellione quotidiana, a sbagliare a comporre un numero, a rispondere a una chiamata, a mettere un francobollo, per boicottare il regime e partecipare alla Resistenza.

Credete di non poter fare nulla, voi, chiuse nel giro della vostra vita consueta, casa e ufficio, casa e ufficio. Credete. E invece io vi dico che potete, voi, proprio voi, col vostro grembiulino nero, davanti alla vostra macchina da scrivere, essere altrettanto utili di un patriota o di un soldato. […] A voi sono dettate certe lettere che avrebbero, a volte, tutt’altro significato con un piccolo errore di macchina, con una parola saltata. Ordini importantissimi vengono dattilografati da voi e una data alterata può essere più utile di dieci fucili.

La dimensione politica di Alba de Cèspedes nasce da qui, da una ragazza talentuosa che aveva a cuore L’anima degli altri e le sue smarginature, ma anche la sua capacità di cambiare le cose con gesti impercettibili, quotidiani.
Fin da quel primo racconto, l’oggetto d’indagine di de Céspedes è sempre stata L’anima degli altri, che è l’anima di tutti, un’anima sociale scandagliata nelle sue pieghe più profonde e in ogni fase della vita: in Arsura c’è la delicata scoperta del cambiamento di Mariella, che ritaglia la sua ora di gioia nei campi e «ha paura che ogni giorno le rubino quest’ora». L’ora dei pensieri e della solitudine, in cui tra i fiori e il sole può fantasticare senza essere distolta dalla sua consapevolezza adolescente, l’«età nella quale non si lascerebbe un fiore per mille lire».
Ci sono le vite di Ornella e Teresa in Signorina Teresa, storia di due anziane sorelle vissute l’una per l’altra, e rimaste nubili. Quando Teresa muore però, Ornella scopre che la sorella, al contrario di lei, era stata innamorata e vede le proprie convinzioni sgretolarsi: lei, che era stata la più bella e la più fine, non era mai stata amata, mentre Teresa, più brutta e goffa, aveva avuto un amore.
Se con il tempo Alba de Céspedes ha rivolto lo sguardo alla condizione femminile lo si deve alla sua volontà di raccontare le categorie oppresse, e all’aver individuato nella famiglia il nucleo primigenio di quella oppressione e nelle donne – che alla famiglia venivano relegate –, una parte della società che non era libera: così assume un preciso punto di vista, dalla parte di lei, che diviene osservatorio privilegiato da cui narrare i limiti di una collettività.
De Céspedes entra di soppiatto nelle case dei suoi personaggi, e ne racconta la malinconia o la fatica di essere coerenti con il proprio io più profondo, li attraversa rapida e con frasi affilate ci restituisce vite pulsanti, vivide, spesso colte nel momento in cui la consapevolezza della solitudine e dell’incomunicabilità si rivela come il senso nuovo di una esistenza.
Colpisce soprattutto lo stile con cui lo fa, privo di ridondanze e orpelli letterari, in cui è assente la volontà di stupire il lettore con parole arcaiche e pirotecniche e volto invece alla costruzione di frasi dirette ed efficaci, modernissime e non prive di una sottile ironia, una scrittura fatta per restare perché è «lo stile che attraversa il tempo, lo stile è tutto».

Quando in una celebre intervista per la Rai degli anni Ottanta, le chiesero come mai, dovendo scegliere uno dei suoi personaggi in cui identificarsi lei rispondesse Gerardo de Il Rimorso, quindi un uomo e non una donna, disse:

Si è sempre pensato che io ho voluto scrivere per le donne; io non voglio avere questo merito: io ho salvato una condizione, ho salvato una società, soprattutto una società, in un’epoca, con le norme che la regolavano, e quindi anche i disagi e le sofferenze che procuravano i conflitti del nostro tempo. A volte era una donna, a volte era un uomo, questo per me non ha avuto nessuna importanza. Naturalmente quando osservavo la condizione femminile mi rendevo conto di quanto infelice fosse la condizione femminile, come a volte guardando la condizione di un giornalista o di uno scrittore mi rendo conto di quanto poco libero sia anche in un paese libero un giornalista, per esempio.

Alba de Céspedes si spegne a Parigi il 14 novembre del 1997, ma la sua scrittura ci ha consegnato per sempre la sua costante ricerca di libertà e il racconto onesto di quel che aveva visto: l’infelicità umana, la nostra società con i suoi limiti da superare e il nostro cuore nella sua interezza, un dono fatto scandagliando L’anima degli altri e la sua propria, rendendo quell’anima rivoluzione politica e grande letteratura.

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↔ In alto:  illustrazione © Greta Calanni. Per gentile concessione.

10 Comments

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