Skip to main content

Lo scorso 24 giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito in via definitiva la storica sentenza Roe vs Wade, che nel 1973 aveva legalizzato il diritto all’aborto. L’interruzione volontaria di gravidanza smette di essere un diritto costituzionale e viene legalizzato a livello federale, diventando appannaggio dei singoli stati; in molti di questi, come Texas e Missouri, ricorrere all’intervento è ormai a tutti gli effetti illegale.
Il pronunciamento rappresenta di fatto il punto culminante di pressioni politiche, sociali e religiose che poco tengono conto delle situazioni socioeconomiche delle dirette interessate, del motivo per cui si sceglie di ricorrere all’aborto, e persino dei pericoli per la salute che in certi casi una gravidanza potrebbe comportare.
Ma al centro di tutto questo c’è qualcosa di estremamente concreto, vivo. Ci sono dei corpi. Corpi femminili a cui è stato sottratto un fondamentale diritto di autodeterminazione, una possibilità d’indipedenza e di scelta, con tutte le catastrofiche conseguenze che questo rischia di comportare, sia a livello individuale sia a livello socioculturale e politico. Sono corpi che, loro malgrado, diventano territorio di contese, rivendicazioni, diventano a tutti gli effetti dei campi di battaglia.

Proprio Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili è il titolo di un saggio, edito da effequ, che si pone l’ambizioso obiettivo di riflettere su tutti i modi in cui il corpo delle donne, sottratto all’arbitrio delle legittime proprietarie per diventare teatro di dispute e scelte altrui, attraversa un’immaginaria parabola bellica, dall’infanzia fino alla terza età.

L’autrice, Carolina Capria, è da anni l’anima del progetto L’ha scritto una femmina, uno spazio social in cui si parla di libri firmati da donne e di mondi letterari femminili. Una «scelta politica», come l’ha definita lei stessa, che non intende essere esclusiva e ghettizzante ma mira a individuare e a stanare tutti i pregiudizi e gli automatismi che per anni hanno contribuito alla marginalizzazione della scrittura femminile.
Ogni sezione di Campo di battaglia reca il titolo di una parte anatomica: cosce, sangue e capelli femminili diventano pretesto per discutere e approfondire le storture che subiscono.
È con il primo menarca che il corpo femminile si squarcia, aprendosi a due prospettive: viene sessualizzato e insieme marchiato. Proprio in questa fase le donne iniziano a rendersi conto dei limiti della propria condizione, imponendosi dei freni e imparando a convivere con quel latente senso di colpa che non si sa bene da dove nasca, ma che inizia a serpeggiare nella loro coscienza.

Non avevo mai visto fondersi insieme stati emotivi così lontani e diversi, eppure le ragazzine che sanguinavano erano così: fiere di essere diventate donne e di poter partecipare finalmente al grande gioco della femminilità e della seduzione, ma incapaci di dire la parola ‘mestruazione’ o di andare in bagno a cambiare l’assorbente senza nasconderlo in tasca o nella manica della felpa come si trattasse di una dose di eroina.

Quella descritta da Capria è una prima, violenta scissione nel mondo femminile; scissione che si fonda sull’interiorizzazione inconsapevole di uno sguardo altro, spesso maschile – ma è anche lo sguardo delle donne più anziane e delle coetanee, che a loro volta lo hanno interiorizzato.
L’intero ciclo esistenziale femminile sembra consumarsi sul bordo di una frattura: il desiderio sessuale viene represso, anzi, è la donna stessa a doverlo reprimere, a contenerlo e limitarlo negli spazi talvolta angusti della relazione, della casa, della riproduzione. E tutta la storia dei corpi femminili è una storia di costrizioni e obbedienze, spesso auto-imposte perché non è data alternativa; non solo, in cui ogni alternativa viene considerata una deviazione imperdonabile.
In tal senso, anche il raggiungimento di un certo canone di bellezza, insieme al conservare e possedere una certa avvenenza fisica, non sono piaceri né risorse di cui godere, da cui attingere, ma diventano ulteriore costrizione e motivo d’ansia, disistima, fonte di minacce per la salute fisica e mentale. Come scrive Rebecca Solnit nel memoir Ricordi della mia inesistenza, si può sostenere che quella della donna sia una condizione di «errore perenne», in cui il corpo femminile è sottoposto a scrutinio incessante e pignolo. Anche Solnit parla di un’esitazione tra due zone di detenzione, «in uno spazio talmente piccolo che forse non è mai esistito», in cui si punta al raggiungimento di un chimerico equilibrio tra il non essere disprezzate perché non attraenti, e non conformi, ma anche non minacciate e impaurite perché attraenti e perfettamente rispondenti ai criteri di giudizio comunemente accettati.
Capria continua:

Ben presto ho capito che se avessi voluto scansare giudizio e biasimo avrei dovuto seguire delle regole non scritte ma stringenti, abdicando alla libertà di disporre del mio corpo, con rinunce più o meno consistenti. Regole che riguardano il nostro aspetto, il nostro corpo e la nostra libertà.

L’autrice passa al setaccio queste regole, porta avanti la sua disamina parlando di rughe e vecchiaia, di tutti quei segnali inconfondibili che attestano il superamento di una soglia invisibile oltre la quale non si è più giovani, non più desiderabili e, non da ultimo, non più utili allo scopo riproduttivo. Il limite logico di questa prospettiva è lampante, eppure nessuno sembra rendersene conto: quella contro l’invecchiamento è una lotta impari, che vedrà tutti sconfitti e sconfitte, eppure la regola non scritta impone di nasconderlo, di camuffarlo, di ritardarlo il più possibile come fosse una macchia d’infamia.
Per trattenere il più a lungo bellezza e giovinezza s’impara sin da piccolissime a prendersi cura con ogni mezzo del proprio involucro, in una distorsione percettiva in cui il fascino e la capacità di attirarsi complimenti diventano valore assoluto e a senso unico.

Le bambine iniziano a sentirsi dire che sono belle e carine nell’istante in cui vengono al mondo. A differenza dei maschi, però, che alla nascita vengono anche loro giustamente inondati di complimenti, per le femmine quello è solo l’inizio di un martellamento incessante che andrà avanti per tutta la vita e che alla fine si imporrà come principale interazione sociale e affettiva.

E ancora le cosce, la cellulite, la cura dei capelli e della pelle, i filtri di Instagram e la deformazione dell’immagine social, le storture dell’industria della bellezza. Il saggio si sofferma in particolare sulle differenze nell’approccio educativo che da secoli si adotta per maschi e femmine: se ai primi si insegna a prendersi il mondo, alle seconde si impartisce la lezione di rimanere nei propri confini, di non sgarrare ed essere dimesse. Di educarsi al confine e all’obbedienza. E quei confini talvolta si restringono talmente tanto da poter ospitare giusto un mucchietto di ossa, spingendo alcune sull’orlo della scomparsa.
È sul binomio spazio e potere che Capria fonda la sua analisi dei disturbi del comportamento alimentare:

Uomini bianchi, etero e cisgender vengano socializzati e educati all’espansione e alla conquista, e a come le donne, di contro, siano abituate a farsi piccole, silenziose e remissive, il più possibile invisibili.

In particolare, si pone l’accento sugli sforzi profusi dalle donne nel tentativo, spesso fallimentare, di liberarsi da limitazioni fisiche e di riconquistare a fatica il dominio, il controllo dei corpi e quindi della vita; tentativo che a volte può tradursi in comportamenti che tendono all’annichilimento e al rimpicciolimento di sé a partire dall’occupazione dello spazio fisico, che mai come nel caso dei Dca si fa riflesso dello spazio e della salute mentali.
L’autrice qui accenna alle teorie e al lavoro di intellettuali quali Naomi Wolf e Leslie Kern, e sebbene questa sezione relativa ai disturbi alimentari risulti forse un po’ troppo riduttiva e schematica (vero è che ciascun argomento toccato nel volume meriterebbe un approfondimento a sé), offre comunque i giusti input per ulteriori indagini.

I corpi delle donne sono principalmente chiamati a rispondere a funzioni precise, talmente centrali e pervasive da non ammettere cambi di direzione. Nella visione collettiva, si configurano principalmente come corpi-utero, tanto che ogni scelta che esula dal compito fondamentale della procreazione scatena perplessità, timori, persino paure e dubbi sulla salute mentale della sventurata di turno, incapace di coltivare alcun desiderio di genitorialità (si sa: se non vuoi un figlio avrai sicuramente qualcosa che non va), e che spesso porta a una pericolosa alterazione del concetto di identità femminile per cui «donna uguale mamma, mamma uguale donna».

Non prendiamo proprio in considerazione che una donna possa non sentirsi adatta e possa sentire il terreno mancarle sotto i piedi proprio nel momento in cui tutti considerano abbia raggiunto la massima realizzazione.

Capria rimette in discussione quella visione che vorrebbe inquadrare la maternità solo come periodo dorato o come missione, per restituirle uno status più sfaccettato fatto anche di esitazioni, di dubbi, di cambiamenti e di solitudine.

Tra le pagine di Campo di battaglia si alternano passaggi più analitici alla narrazione di aneddoti ed episodi personali dell’autrice, con esempi pratici raccontati in uno stile semplice e confidenziale. Un ibrido tra saggio pop e diario, che attinge a un’ampia bibliografia comprendente, tra le altre, Sibilla Aleramo, Anne Sexton, Roxane Gay, Sylvia Plath. Senza dubbio, il testo di Capria si presenta come un buon punto di partenza, una mappa per quanti, in particolare adolescenti e giovani adulti (destinatari ideali del libro), desiderano approfondire gli argomenti presi in esame, ma non solo. Partendo dalle giuste domande che Capria invita a porsi, è possibile iniziare a confutare una serie di posizioni miopi, eppure radicate e tenacissime, e tentarne il necessario scardinamento, ripensando integralmente i confini, le leggi, le preclusioni che ancora disciplinano e mortificano i corpi femminili, restituendoli alla giurisdizione esclusiva delle legittime proprietarie.

Leave a Reply