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Nella dedica che apre il libro si firma G.E.A., un acronimo delle sue iniziali, e così preferisce chiamarla anche la traduttrice e studiosa Paola Zaccaria: Gea, come la dea primordiale dalla sconfinata forza creatrice e creativa, l’antichissima madre Terra all’origine del mondo. È Gloria Evangelina Anzaldúa, nata nel 1942 nella Valle del Rio Grande del Texas meridionale. Venuta a mancare nel 2004, è stata poetessa, teorica femminista, autrice di narrativa e attivista del movimento per i diritti dei lavoratori agricoli migranti. Si definiva queer, chicana texana, patlache (parola che in lingua nahuatl significa «lesbica») e ha racchiuso la sua essenza e le sue idee nel libro-manifesto Borderlands/La Frontera (1987), riproposto oggi da Black Coffee in una preziosa «ri-traduzione» a cura di Paola Zaccaria (che aveva già firmato la traduzione dell’edizione pubblicata nel 2000). La definizione che Anzaldúa dava di sé stessa lascia emergere già il segno e il carattere di un’identità singolare ma mai singola; un’«identità cangiante», ibrida e sfaccettata che non accetta né sente di essere una cosa soltanto.

Per tutta la vita, Gea ha vissuto «a cavalcioni». A cavalcioni tra due nazioni, gli Stati Uniti e il Messico divisi da muri e filo spinato, lungo la linea di confine che li separa. La sua opera si prefigge di ricucire le ferite della colonizzazione e della discriminazione odierna, ma non solo. La frontera, il confine, è un punto di partenza geografico ma anche ontologico, filosofico e spirituale da cui inizia un processo di decostruzione e conoscenza che è insieme immersione nella coscienza e percorso di riscoperta, di comprensione. Da qui nasce la «nuova mestiza», la nuova meticcia, in un ideale ampliamento dei concetti di mestizaje e raza cósmica teorizzati dal filosofo messicano José Vasconcelos. 

La frontiera fisica reale di cui mi occupo in questo libro è il confine tra il Texas sudoccidentale e il Messico. Le frontiere psicologiche, le frontiere sessuali e le frontiere spirituali non sono peculiari del Sudovest. Di fatto, le terre di confine sono fisicamente presenti dovunque due o più culture si costeggino, dove persone di razze diverse occupano lo stesso territorio, dove classi povere, medie e alte si toccano, dovunque lo spazio fra due individui si riduca a causa dell’intimità.

Fine ultimo dell’autrice è quello di smantellare e destrutturare qualsiasi concetto preimposto e fisso di identità, muoversi nel margine e nel margine ritrovare la propria vera dimensione esistenziale. È solo in questo modo, in questo riconoscersi appartenenti a uno spazio liminale, che si può tentare di superare traumi storici, collettivi e personali (episodi di razzismo, sessismo, omofobia e abusi) e operare per un cambiamento di segno della collettività e della mascolinità, per come intesa sia dagli angli sia dal machismo radicato nella cultura messicana cui Gloria appartiene. Lei, in quanto chicana, è doppiamente estranea, e forse proprio per questo è l’unica che può farsi guida nella demolizione dei paradigmi dominanti di stampo patriarcale, monoteista, omofobico e bianco, di fatto privandoli del dominio e del campo d’azione e spostando l’asse del rinnovamento.

È un iter che nelle sue tappe prevede il capovolgimento e la deviazione dalle gerarchie sociali e familiari imposte dal contesto sociale in cui l’autrice, e non solo lei, è cresciuta. In un’epoca in cui il termine «devianza» viene strumentalizzato e deliberatamente utilizzato come spauracchio, le sue parole suonano più attuali che mai: «I queer sono lo specchio che riflette la paura della tribù eterosessuale: la paura di esser diversi, di essere altri e pertanto inferiori, pertanto sub-umani, inumani, non-umani». La lotta della nuova mestiza è in primis battaglia femminista e queer:

In quanto mestiza non ho terra, la mia patria mi ha scacciata; eppure, tutte le terre mi appartengono, perché di ogni donna sono sorella o amante potenziale (in quanto lesbica non ho razza, il mio stesso popolo mi rinnega; ma sono di tutte le razze, perché in ogni razza c’è il queer che è in me).

Anzaldúa non accetta di conformarsi a una visione limitante e circoscritta della femminilità, della sessualità, del genere etero-normativo. Il suo è uno slancio verso un altro tipo di ricognizione di sé e del mondo, che consiste anche nella rivalutazione della mitologia tradizionale. L’opera decostruttiva prende in analisi quelle figure da sempre legate a connotazioni negative e sinistre, soprattutto le divinità femminili che la cultura azteco-messicana ha cancellato e rimpiazzato con divinità maschili, considerandole portatrici di forze mostruose e inquietanti (pertanto non facilmente domabili) e sublimando tutti gli aspetti positivi e luminosi nella figura femminile istituzionale della Vergine di Guadalupe. 

Colei che un tempo era completa in sé, che possedeva sia aspetti superiori (luce) sia sotterranei (oscurità), venne scissa. Coatlicue, la dea Serpente, e i suoi aspetti più sinistri, Tlazolteotl e Cihuacoatl, vennero «oscurate» e private dei loro poteri […]. Dopo la Conquista, gli spagnoli e la loro Chiesa continuarono a scindere Tonantsi/Guadalupe. Resero Guadalupe asessuata, separandola da Coatlalopeuh, il serpente/la sessualità. Completarono la scissione intrapresa dai Nahua trasformando la Virgen de Guadalupe/Virgen María in caste vergini, e Tlazolteotl/Coatlicue/la Chingada in putas; in Belle e Bestie. Si spinsero anche oltre; fecero di tutte le divinità e di tutte le pratiche religiose indigene l’opera del demonio.

Quello che Gea si augura è un annullamento dei dettami dualistici che definiscono maschile e femminile, così come della separazione tra puta e virgen e dell’emarginazione di chiunque sia considerato altro (vecchia, omosessuale, sviato). Non è un obiettivo necessario soltanto dal punto di vista culturale, collettivo e politico, ma ha ricadute sulla sfera individuale: la nostra psiche è scissa e schiacciata da imposizioni e sovrastrutture; è costretta e quindi più incline a guardare con sospetto a tutto ciò che dalle costrizioni rimane fuori. 

Lo stesso concetto è espresso dall’artista Cecilia Vicuña, che nei suoi lavori adotta una prospettiva de-coloniale e indigena. Nel descrivere il suo dipinto intitolato proprio Virgen Puta (2021), esposto alla Biennale di Venezia, l’artista cilena dice: «La Vergine Puttana esiste in una curvatura dello spazio dove protegge le donne deviate come me. È sospinta dai tessuti precolombiani che un tempo erano il suo UFO, sostenuta dai serpenti d’acqua, spiriti guardiani guidati dalla luna». Anche a distanza di decenni arte visiva e scrittura si parlano e sono unite nella stessa azione di svigorimento e abbattimento delle ambivalenze e della divisione; un impegno che abbraccia idealmente tutti i domini della cultura e del vissuto sociale. 

Gea va ancora oltre: per lei il mondo maschile ha bisogno di rinnovarsi dal profondo: «Ho conosciuto, in alcuni isolati e rari casi, uomini eterosessuali gentili, l’inizio di una nuova specie, ma sono confusi, invischiati in comportamenti sessisti che non sono riusciti a sradicare». La mascolinità ha un disperato bisogno di un movimento che accolga anche la tenerezza e la vulnerabilità, perché l’uomo è imbrigliato in ruoli sessuali autoimposti in cui la donna esiste solo come «contrapposto al maschile», per dirla con Rilke, quando bisognerebbe invece tendere alla relazione riplasmata tra essere umano ed essere umano. 

Questo percorso conoscitivo, liberatorio e «smurante», come lo definisce Paola Zaccaria nella postfazione, non può tralasciare la lingua. La lingua adottata da Anzaldúa mescola indifferentemente inglese, spagnolo castigliano, tex-mex e idioma dei Nahua, una delle popolazioni indigene pre-colonizzazione. «Io sono la mia lingua» proclama l’autrice: per smantellare quella tradizione di silenzio a cui sempre è stato relegato chi devia dalla norma, bisogna riconoscere legittimità anche alla (pluri)identità linguistica. 

Fedele all’intento dell’autrice, l’editore ha preso la decisione programmatica di non tradurre le parti in spagnolo, perché chi legge possa essere esposto al plurilinguismo ma anche compiere uno sforzo in più, che se da un lato incuriosisce e apre all’accoglienza dall’altro può causare spaesamento, estraneità e incomprensione. Tutte esperienze funzionali a un cammino in cui la meticcia, che sta nello spazio di mezzo, assume un ruolo che si colloca a metà tra narratrice e guida sciamanica. Chi legge viene in un certo senso costretto a mettere da parte ogni granitica e illusoria certezza, ma la sensazione di esclusione è propedeutica all’accoglienza e alla mescolanza.

Mescolanza che nell’opera si manifesta anche nella scelta di amalgamare saggio, autobiografia, poesia, antropologia e testi di canzoni, e quindi di travalicare la divisione netta e formale tra i generi narrativi e tra i settori disciplinari, con un risultato unico e plurale al tempo stesso. 

Molto interessante è stato il percorso di ritraduzione che Paola Zaccaria descrive nella sua post-fazione (Zaccaria, insieme al figlio Daniele Basilio, ha diretto anche il bel documentario Altar. Cruzando Fronteras, Building Bridges: omaggio al lascito di Anzaldúa e racconto del lavoro di artiste, attiviste e centri culturali operanti negli spazi di frontiera messico-americani). La studiosa parte dal proposito dell’autrice di smembrare e analizzare tutto ciò che sente per farne una ricomposizione inedita. Un proposito che informa anche l’approccio traduttivo, in cui il corpo del testo originale viene di fatto scomposto e dissezionato per essere rimontato in un’altra lingua. Un testo come Terre di confine. La Frontera presenta un nuovo livello di difficoltà per chi lo traduce, mettendo in crisi la certezza (o la speranza?) di riuscire a trovare per ogni parola il suo esatto corrispettivo nella lingua di arrivo. È un percorso serpentino, che si snoda tra tentennamenti, illuminazioni improvvise e sconfinamenti nell’intraducibile. La traduzione stessa diventa così un territorio frontaliero di contatto, un ponte che non mortifica né annulla nessun aspetto delle sponde che unisce. Scrive Zaccaria:

Ci sono momenti, nel processo traduttivo, in cui avverti con chiarezza che l’atto di traduzione sta producendo una trasformazione in te e nel tuo modo di guardare alla tua stessa identità, al mondo e alle politiche del mondo.

In un testo come quello di Anzaldúa tradurre significa misurarsi con una lingua ribelle, che sfugge alle norme e alle nazionalità; significa compiere un salto ulteriore per superare l’approccio prescrittivo alla traduzione stessa e rendersi interpreti dell’illimitatezza anche semiotica di uno spazio che non racchiude solo il mero testo, ma tutto quello a cui rimanda; è un testo-corpo e un testo-mondo.

D’altra parte, ci insegna Gloria, il solo modo per abitare le terre di frontiera è farsi ponte e croce-via – incrociare e non crocefiggere, azione su cui invece l’Occidente bianco ha costruito uno dei suoi simboli religiosi e culturali. Se le terre di confine sono anche psicologiche, sessuali, spirituali e se esistono sempre ovunque ci siano contatti tra persone di razze, classi e tessuti sociali diversi, allora le Borderlands non sono una barriera invalicabile ma un terreno fertile di scambio, talvolta di scontro e ferimenti, ma sempre di mutamento individuale e collettivo. Anzi, sono proprio il teatro ideale dove l’individuale si fa necessariamente collettivo e dove l’alieno diventa accolto e accogliente. Dove, infine, potersi reimmaginare e ri-marginare. 

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